lunedì 31 ottobre 2011


Sequestro Urru, 4 arresti in Algeria
Un mediatore: sono vivi, stanno bene


I fermati avrebbero legami con il commando di Al Qaeda che ha rapito i tre cooperanti europei. «Presto una rivendicazione».

ALGERI
L’esercito algerino ha arrestato ieri quattro persone che si ritiene abbiano legami con il commando che il 23 ottobre ha rapito tre cooperanti europei - tra i quali l’italiana Rossella Urru - dal campo del Fronte Polisario di Tindouf, nel sud dell’Algeria. Secondo quanto riporta il giornale filogovernativo algerino "el-Khabar", gli arresti sono avvenuti nell’ambito di una serie di operazioni di sicurezza condotte dall’esercito in diverse zone dell’Algeria. Ieri i militari hanno fermato in tutto otto persone accusate di avere legami con Al-Qaeda e quattro di queste avrebbero rapporti diretti con il commando che ha eseguito il sequestro.

domenica 30 ottobre 2011


GOVERNO. CICCHITTO: "NOI ABBATTIAMO LA CRESCITA"

Una gaffe curiosa, più significativa di ogni altra verità, come curioso è l'incidente parlamentare di martedì scorso. Chi l'avrebbe mai detto che un esecutivo potesse essere battuto sulla più elementare delle attività di amministrazione dello Stato: il voto di approvazione del rendiconto generale dello Stato. Non proprio una sconfitta, un pareggio, 290 sì contro 290 no. La maggioranza richiesta era di 291 voti. Una sfumatura si direbbe, che tuttavia in democrazia conta come una sconfitta. È la dittatura della maggioranza, da qualunque lato la si voglia vedere.
 
Divenere e di marte non ci si sposa, non si parte e non si dà inizio all'arte.[..]

lunedì 26 settembre 2011

Qualcosa che non va

Dopo un periodo di lunga assenza da queste pagine, son tornata per dar voce a un'inquietudine che, invece, come donna, precaria e ipertesa, non mi abbandona mai. La pausa è stata meditata, ricca di riflessione eppure senza risposta. Non ho concluso niente, quindi c'è qualcosa non va. Non va che una ragazza di 26 anni non riesca a progettare un minimo di futuro, nemmeno un'appuntamento a breve termine perché non sa come, dove e a che ora lavorerà e, soprattutto, se tra un paio di settimane lavorerà.


Non va che non possa pensare a cosa l'aspetta domani, se deve o meno confermare il contratto con l'affittuaria, se può iscriversi a un corso di inglese: non ci sono i soldi, non c'è il tempo..forse nemmeno più la voglia. Questa attesa, questo operoso inconcludente far tutto per non ottenere niente, mette in ansia e lascia sbigottiti di fronte alle domande più semplici. Un destino legato non più a un Governo o a una manovra ma a un intero sistema che sa solo sprecare, che non riconosce se stesso nelle pieghe e nelle piaghe che l'affliggono. Vedere soldi che scorrono, che passano di mano in mano per triplicare, quadruplicare fino a gonfiarsi a dismisura per poi evaporare, evanescenti come la nebbia, davanti a una semplice "no, ci sono i tagli al bilancio".


Una studentessa spagnola, neolaureata a Londra e con un master in corso a Madrid, dichiara candida in un'intervista su Internazionale: "Ho studiato per un mondo che non si esiste". Così si sente Emijl, pedina e non attrice di una commedia grottesca, che si sviluppa nel passato e dondola nel presente senza trovare una fine. L'assenza di sogni che impedisce di crescere, di lottare o anche solo di andare avanti. E allora si rinchiude, misantropa, nei suoi pensieri, nelle sue lunghe attese, lavorando alacremente per un giorno che non vedrà mai.

mercoledì 24 agosto 2011

Se la crisi diventa sociale

Lo ha accennato, neppure troppo velatamente, il Presidente Napolitano, al meeting di Comunione e Liberazione lo scorso weekend, a Rimini. "Nella crisi che traversiamo il linguaggio di verità è un'arma fondamentale." La trasparenza che deriva dal conoscere, dal sapere, dal guardare in faccia una crisi che c'è e che si vede ma che in troppi hanno giudicato con superficialità.

Quella  leggerezza non solo italiana, anzi propria di molte democrazie europee a carattere popolulista come, ad esempio, la Francia di Sarkozy, che basano il consenso sull'efficiacia della comunicazione mediatica. Media e crisi, un legame moderno ma non per questo poco dibattuto. Forse, tuttavia sottovalutato. In un mondo in cui la politica sta lasciando il posto all'economia, in cui l'ideologia non è morta ma ha progressivamente ceduto il passo alla mondializzazione e al mercato, i mass media - prezioso strumento di diffusione e comunicazione - si trasformano in arma a doppio taglio. Diventano veicolo della parabola del potente di turno, del carismatico leader protetto dal sistema liberale e democratico che vela di egualitarismo una macchina studiata per individualizzare e scomporre il valore della collettività e dell'etica.

Questo nuovo modo di fare politica, più vicino e pure così lontano dai bisogni reali, altro non segnala che la necessità di rinnovamento di una forma organizzativa che, dalla seconda guerra mondiale in poi, ci ha garantito stabilità e benessere ma che ora è scemata nei tanti rivoli della finanza. L'aereo, volatile, sconosciuto mostro dei mercati su cui si scambiano punti percentuali e promesse di pagamento. Soldi che non esistono. Soldi che influiscono sulle vite di tutti sebbene non si possa far niente per controllarli. Fin quando a governare saranno agenzie di rating, collegio giudicante finanziato dagli imputati, le banche e i consigli di amministrazione delle grandi società, noi, comuni cittadini di un mondo che non capiamo più, non potremo riappropriarci delle nostre vite.

La politica ha bisogno di ritrovarsi, di reinventarsi e di riaffermare il suo primato perchè le sole forze economiche, lasciate a briglia sciolta, non produco il benessere di tutti ma il malessere della società. Adam Smith parlava della capacità di autoregolarsi di un mercato perfettamente funzionante in cui non c'erano disonesti nè evasori nè corrotti, ma solo un gruppo di uomini che nel pensare al proprio, finiva con il fare l'interesse della collettività. Ma l'universo smithiano non esiste, non esiste in una Italia dove c'è bisogno di uno spot malriuscito per invitare la gente a pagare le tasse. Come se versarle non fosse già un dovere di ognuno di noi.

Cos'è il dovere ormai in pochi lo sanno. Se la gente manifesta nelle periferie cittadine perchè vuole la felpa della Nike o l'I-phone 4, significa che sia il modello sociale e familiare sia la politica (intesa come gestione della cosa pubblica) hanno fallito e miseramente. Hanno creato bolle di sapone divenute insostenibili, vuote nei contenuti e imbellettate di una forma troppo sfarzosa. Ora che la bolla è scoppiata, che non c'è più un limite etico alla bramosia e al desiderio del "di più", ci lamentiamo e protestiamo, sfoghiamo una violenza repressa in anni di chiacchiericcio da bar. 

Un rimedio c'è e si chiama Conoscenza. Di se stessi, degli altri, del mondo e della vita, delle difficoltà, dei sacrifici, dei meriti e dei doveri, delle guerre e dei bei gesti d'amore, del significato e delle conseguenze delle proprie azioni. Il sapere che apre la mente, che aiuta a ritrovare i valori nascosti dietro gli indici di Wall Street e ad apprezzare un dono di pochi spiccioli quand'anche si possieda una Ferrari.



giovedì 7 luglio 2011

Manovra: il Tremonti pensiero al vaglio delle tasche già bucate

"Credo si debba dare il giusto solo a chi se lo merita."
E chi lo merita? Gli "autenticamente bisognosi"
Più che una manovra, sembra un preghiera di devozione a San Francesco.

Belle le parole usate dal Robin Hood del Governo italiano. D'altronde bisogna prendere a prestito dai poveri per dare i ricchi. Perciò, come se i 51 miliardi di euro della manovra non fossero già abbastanza, se ne aggiungeranno altri 17 derivanti dalla legge delega in materia fiscale, che contiene norme di previdenza e assistenza sociale. Tremonti il socialista.

Eppure bisogna comprenderlo quel ministro la. Fa quel che può per rilanciare il Paese, i consumi, la spesa. Quindi alza di un punto percentuale l'Iva, così possiamo essere sicuri che l'ultima cosa a ripartire saranno proprio i consumi.

Continuo tuttavia a pensare che in un qualche modo l'uomo, più che il Ministro, meriti attenzione e comprensione. In fondo non ha tutti i torti nel dire che abbiamo preso degli impegni con l'Europa - gli fa eco quasi ogni giorno la voce più autorevole d'Italia, il Presidente Napolitano -  e che questi impegni vanno rispettati perchè finora non abbiamo certo brillato per la parola data, sottoscritta a e controfirmata; perciò, a quest'Europa, facciamogli vedere che ogni tanto anche noi possiamo essere onesti, rispettosi, e pronti al sacrificio. Non ha tutti i torti quando sostiene che i costi della politica vanno tagliati, che la crisi va superata, che non possiamo finire come la Grecia. Ma il taglio degli stipendi per i capi dei dicasteri parte dalla prossima legislatura, la crisi non si supera senza un piano di sviluppo e i tagli dovrebbero essere razionalizzazioni piuttosto che indiscriminate sborbiciate su questioni di principio che nulla incidono se non sul voto e sulla prossima campagna elettorale.

Insomma, se fosse un vero socialista, un vero giustiziere, uno che realmente sta pensando a come riavviare la crescita in Italia allora si che avrebbe davvero tutta la nostra fiducia. Le critiche non gli mancherebbero perchè sappiamo bene che questo è lo sport nazionale della Penisola dopo il calcio...anzi no, dopo le scommesse. Ma, alla fine, l'avrebbe vinta. Mi sembra invece che in questo modo stia soltando aizzando la polemica, spondandola dall'economia (in cui pure bisogna riconoscergli ottima preparazione e abilità di tecnico) al piano etico e politico, ponendosi come paladino del rigore e di una giustizia sociale che non c'è.

Buona fortuna Giulio. Le idi di marzo sono lontane ma ai coltelli di Bruto bisogna starci attenti tutto l'anno.

giovedì 30 giugno 2011

QUOTE ROSE CDA, REICHLIN: MA NON BASTANO

(9Colonne) Roma, 30 giu - "In Italia c'è una discriminazione talmente forte
nei confronti delle donne che questa legge è un segnale importante, anche
fuori dai Cda, per il Paese. Stiamo sanando un'anomalia macroscopica: le donne
sono metà della popolazione, il tasso delle laureate e delle professioniste è
rilevantissimo, eppure un consigliere su quindici è donna". Ma  "il problema è
fare anzitutto in modo che nei Cda non vengano cooptate mogli, figlie, o
amanti. Allo stesso tempo garantire che il sistema di reclutamento sia basato
su metodi molto diffusi, ad esempio, nei Paesi anglosassoni ma che qui sono
ancora agli albori. Le donne, come d'altronde gli uomini, vanno cercate
attraverso 'cacciatori di teste' e criteri che privilegino le competenze e le
qualifiche. Tra l'altro, siccome in Italia questi criteri non sono trasparenti
né per uomini né per donne questa legge potrebbe essere l'occasione per fare
dei passi avanti sulle regole e i criteri sia per le donne che per gli uomini
e che favoriscano la presenza degli amministratori indipendenti nelle grandi
società quotate". Lo afferma Lucrezia Reichlin.,  consigliere indipendente dì
Unicredit e docente della London Business School, in una intervista alla
Stampa nella quale sostiene che "c'è un problema che riguarda la governante.
Bisogna fare in modo che le donne non siano aggiunte ma che vengano scelte al
posto degli uomini. Per evitare che i board diventino dei parlamentini
esautorati da potere decisionale reale. Pensiamo che già ora Unicredit ha 23
consiglieri e Barclays ne ha 12. Quando i board sono così affollati, è
inevitabile che le decisioni vengano prese prima o fuori. In questo caso le
donne rischiano di fare solo numero".
(PO / red)

301053 GIU 11

martedì 21 giugno 2011

Verifiche di Governo

M(p)a 'ndo vai
se Scilipoti non ce l'hai?
bella Isolana
attaccate a sta barcaccia


... 'ndo vai?
se Stracquadanio non ce l'hai
vieni con me
te lo farò vedé...
vengo con te
me lo farai vedé!

Sono fermo in Libia
con la mia flottiglia
e al suono del fischietto
io mi imbarcherò

Aspettami là sotto
all’albero del complotto
ti spogli e mi prenderò il mio maltolto

Ma 'ndo vai?
se il Ghedini non ce l'hai
bella Egiziana
attaccate a sta banana

...'ndo vai?
se Bisignani non ce l'hai
vieni con Gianni
te lo farà vedè
vengo con te
me l0 farai vede'

bella Hawaiana
Banana italiana!
felicità...

giovedì 16 giugno 2011

Quello che gli uomini non dicono

...non dicono che in Afghanistan l'87% delle donne è analfabeta, quasi la metà delle prostitute indiane è minorenne e che in Cina, entro il 2020, un uomo su 5 non potrà sposarsi per mancanza di potenziali mogli.
...non dicono che il 95% delle donne somale ha subito mutilazioni, che in Congo si verificano circa 1150 strupri al giorno e che l'India, pur avendo abolito la pratica dell'aborto selettivo, perde ogni anno 600 mila bambine, quasi quanto guadagna in tecnologia e modernizzazione.

Amartya Sen, negli anni Novanta, definiva il fenomeno missing women: circa 100 milioni di donne sono come scomparse dalla faccia terra e con loro un potenziale di ricchezza umana disperso tra abusi sessuali, mutilazioni, trascuratezza e selezione di genere. Presi dai nostri problemi e dalle discriminazioni domestiche, spesso dimentichiamo di occuparci delle grandi questioni che affliggono ancor oggi paesi delle più svariate tipologie. E, se non si può pretendere di essere avvocati delle cause perse o di risolvere i problemi del globo da soli, di certo si potrebbe iniziare con il ricordarsi che questi problemi esistono e si chiamano gendericidio.

Una pratica diffusa nei paesi più poveri del mondo ma anche in quelli in forte ascesa economica come la Cina, Taiwan e Singapore. Perfino nella ormai capitalista Russia il rapporto uomo-donna è di 1 a 7. Ma, se a Mosca è la selezione naturale a falciare la popolazione maschile (alcolismo,cirrosi epatica e cancro al fegato), lo stesso non può dirsi per i tre paesi sud asiatici. Allevare una donna è ancora considerato un peso, un inutile spreco di risorse. Qualcuno, a New Delhi, per giunta in un convitto di monache tibetane, mi ha detto:"Per la valigia ti mando quella...si si, quella li con la scopa in mano. Non posso sprecare un uomo per un lavoro così pesante". Cronache da un paese il cui Pil cresce in proporzionalità inversa rispetto allo sviluppo.

Perchè il problema è tutto li, in quella miscela di pregiudizio, ataviche convinzioni e stupide ossessioni che ingombrano lo spazio angusto di una modernità senza idee né modelli. La cultura, l'educazione e la disponibilità economica aiutano a rompere questo vizioso circolo ma a volte, forse contemporaneamente, lo alimentano. Dovendo ridurre il numero di componenti familiari in modo da accrescere la ricchezza dell'intero nucleo, in molti hanno la tendenza a privilegiare i figli maschi, specie nei paesi in via di sviluppo.

Poco importa che che la Casa Bianca, in suo recente studio, abbia confermato che le donne contemporanee si laureano con votazioni mediamente più alte di quelle degli uomini e brillano nel lavoro più di loro.

...quello che gli uomini non dicono è quello che non vogliono spiegare, è la loro inespressa paura di perdere lo scranno del comando. Cosa sarebbe stato di Bill Clinton se Hillary non lo avesse perdonato? E della Gran Bretagna senza la Regina Vittoria o Elisabetta? Provate voi, uomini, a rispondere.

http://www.internazionale.it/non-e-un-paese-per-donne/ 

martedì 31 maggio 2011

Happy ballottaggi ending

Crolla, alle pendici del Vesuvio, la credibilità del Pdl e di Silvio Berlusconi, di fronte al 65,4% delle preferenze di Luigi De Magistris, in avanzo di ben 30 punti sullo sfidante Gianni Lettieri e forte di 140 mila voti in più rispetto al primo turno. Questa sfida amministrativa, contrassegnata da velenose polemiche e da una personalizzazione della campagna elettorale senza precedenti, ha trovato a Napoli il suo culmine e il suo esito, forse non troppo felice per il centrodestra ma nemmeno troppo entusiasmante per il centrosinistra. Archiviata al primo turno la possibilità di vincere a Milano, il Premier ha rivolto lo sguardo verso Napoli dove il 38,3% dei voti ottenuti dal canditato Gianni Lettieri, ex presidente degli industriali della Regione, unito a una percentuale di astensionismo introno al 40%, lasciava ben sperare in una vittoria - certo non scontata - ma plausibile e auspicabile.
Tuttavia, come gli stessi napoletani sono soliti ripetere "la città del Presidente Napolitano, di Renato Carosone - e, in queste ore più che mai, anche di Masaniello - è storia a parte". Impossibile fare previsioni...http://www.mediapolitika.com/wordpress/archives/13811

martedì 24 maggio 2011

I gelsomini di Pechino

http://www.geopolitica.info/Notizia.asp?notizia=753

E' di qualche giorno fa la notizia che le autorità di Pechino hanno vietato sia la coltivazione sia l'esposizione del gelsomino, fiore della tradizione cinese. Forse il timore sta lentamente lasciando posto alla paura.

lunedì 23 maggio 2011

Didi

"Questa vittoria mi da un pò di conforto, so che Didi farà di tutto per punire gli assassini". Sono queste le parole, riportate nel n. 898 di Internazionale, e pronunciate da un attivista bengalese in occasione dell'elezione di Mamata Banerjee a governatore dello stato indiano del West Bengala. Didi, sorella, secondo il nomignolo con cui è nota al grande pubblico, è il fenomeno nuovo di una politica indiana troppo spesso intrappolata nell'immobilismo e nella corruzione. Sarà per questo che gli indiani sentono molta affinità con il popolo italiano. 

Alla stregua di Pratibha Patil, prima donna e per di più dalit - ossia fuori casta - ad ottenere la carica di Presidente dell'India da quando la nazione ha raggiunto l'indipendenza, la vittoria della Banerjee nelle recenti competizioni statali profuma di nuovo. Strano a dirsi in un paese in cui, se sei un pò schizzinoso e non hai familiarità con l'odore nauseabondo degli scarichi fognari, non riesci a sopravvivere nemmeno un giorno.

Il West Bengala era, fino allo scorso aprile, la roccaforte del Cpi(m), il partito comunista marxista indiano, spesso accusato di connivenza con il gruppo naxalita e quindi considerato sovversivo e antistatale. Ben 34 anni di monopolio erano duri da scalzare. Ciò che ha vinto, stavolta, è stato il dissenso civile e organizzato del Comitato per salvare i terreni agricoli di cui è presidente proprio la signora Mamata e che si batte contro le espropriazioni forzate dei terreni attuate dal governo centrale. Questo movimento è cresciuto all'ombra dei 400 ettari confiscati per essere destinati al nuovo stabilimento della Nano, la minicar firmata Tata Motors e contestati dagli abitanti che basano su quegli ettari fertili la loro sopravvivenza.

L'attivista che plaudeva all'elezione della Banerjee, ha perso la figlia, rapita, violentata e poi bruciata viva in un campo dai militanti dell'ex partito comunista al potere, assertivo nei confronti della politica degli esprori pur di mantenere saldo il posto in poltrona.

Da quando l'India ha abolito il licence raj per aprire l'economia al capitalismo e alla globalizzazione, enormi appezzamenti sono stati confiscati dallo Stato per poterli concedere, a prezzo agevolato, a grandi multinazionali o per poterne fare delle zone economiche speciali simili a quelle cinesi. Il Primo Ministro Singh, all'epoca delle riforme ministro dell'Economia,non ha commesso un errore tentando di svecchiare il gigante, arroccato nel disastroso socialismo filo sovietico. Tutt'altro. E lo dimostra la notevolissima crescita economica dell'India sul piano internazionale. Tuttavia, come ogni cosa che viene fatta in fretta e senza pianificazione, la liberalizzazione ha imboccato una deriva contro cui la popolazione sta iniziando a far sentire la propria voce.

E questa voce si chiama Didi, ministro delle Ferrovie nel governo di Manmohan Singh e Sonia Gandhi, leader del Trinamool congress, avvolta in un semplice sari bianco in cotone che tanto ricorda il Mahatma della lotta non violenta. Un segnale positivo, un sussulto di orgoglio nella democrazia più popolosa del mondo, un monito per tutti coloro che usano le armi e i soldi per ottenere ciò che vogliono e non quello di cui hanno veramente bisogno.

martedì 17 maggio 2011

...non l'avrei mai detto.

Storie di ballottaggi e di pallottaggi.

Io, un'interista per fede. Romana acquisita dalla Garbatella, e in certi momenti pure un pò burina. Eppure devo: onore al merito ai milanesi, anche se milanisti, per aver creduto nel cambiamento. Grazie a tutti quelli che, sebbene sconfortati dal calo dell'1-2% dell'affluenza alle urne, hanno comunque preso l'auto, la bici o più semplicemente inforcato un paio di sneakers per andare al seggio e dare una spallata a questo governo che non va.

Non è una vittoria, non lo è ancora. Quel 5,5% di schede per il terzo polo è una mina vagante che può far esplodere il campo di battaglia del secondo turno meneghino. Urso e Alemanno chiedono responsabilità agli ex An e all'Udc mentre Bocchino frena e invita al ripensamento. Un bel dilemma.

Qualche giorno fa avrei risposto che i politici non si giocano la poltrona per onestà. Oggi sono convinta che questo sia in parte piuttosto vero ma quel 48% mi spinge oltre e mi da sufficente fiducia per credere che la gente abbia voglia di cambiamento. L'Italia è fatta, forse, adesso, sono fatti anche gli italiani. 

martedì 10 maggio 2011

Parole senza libertà.

I magistrati? Un cancro della democrazia.
Daniela Santanché

Napoli? Uno schifo di città.
Mario Borghezio

E la pubblicità Ikea? Contrasta a gamba tesa con la nostra Costituzione,offensiva e di cattivo gusto.
Carlo Giovanardi

Gli autori delle appena citate dichiarazioni non sono dei vecchi generali in pensione, nè gli sfigati del bar dello sport. Sono esponenti del Governo, quello che alcuni incauti credevano di aver votato, salvo poi scoprire che le seggiole (di sicuro non Ikea) dell'esecutivo si assegnano col Win for Life. Napolitano? Farnetica, sarà colpa dell'anzianità, quell'anzianità che gli fa saggiamente richiamare all'appello gli scolaretti indisciplinati di Palazzo Chigi. Proprio così, gli dai un braccio e si prendono una poltrona. Che Scilipoti! Ti danno un voto ed esigono una sdraio sui terrazzi romani, magari vista Colosseo.

Cuochi dell'ultima ora e fedelissimi di Vissani, consulenti esperti di tutto tranne che del welfare di cui pure dovrebbero occuparsi. Perchè poi, in fin dei conti, cos'è il welfare se non la famosa voce del bilancio tanto costosa quanto improduttiva? Fosse l'unica tra le voci improduttive. Trovate che un Borghezio, europarlamente della Lega Nord, sia da considerarsi un fiore all'occhiello tra gli stipendi pagati con i soldi degli italiani? Lui crede proprio di si e nel furor della battaglia politica richiama la tristemente nota soluzione finale nazista: "Per Napoli servirebbe una pulizia radicale... forse un amministratore del Nord" come se la bravura fosse un'etichetta D.O.P o D.O.G.P a localizzazione federale e origine controllata a Gemonio.

Capitolo omosessuali. Ha iniziato il sottosegretario alla Famiglia, Carlo Giovanardi, con le invettive contro una pubblicità Ikea, colpevole di aver utilizzato lo slogan "Siamo aperti a tutte le Famiglie" sotto l'immagine di due uomini che si tengono per mano. Secondo il buon vecchio Carletto, le famiglie italiane sono solo quelle unite dal legame matrimoniale, come reciterebbe il dettato dell'art. 29 della Costituzione. Capisco che, sepolto sotto le mura barocche di qualche palazzaccio o sotto la tinta per capelli grigio topo ottoscentesco, sia quasi impossibile vedere il mutamento sociale in atto, l'evoluzione di cui i diritti civili sono oggetto in tutto il mondo, ma da qui alle esternazioni dell'aprile scorso passa almeno mezzo secolo di lotte e campagne per le libertà di espressione. Conclude Stefano Guida, candidato della Lega al consiglio comunale bolognese, che ha fatto outing lo stesso giorno in cui Bossi teneva un comizio sotto le due torri, e per questo si è meritato un trafiletto nel pastone del Corriere sulle prossime amministrative. Lui spera di non essere estromesso dal partito, noi speriamo che tutto il partito sia estromesso dal voto popolare.

Per fortuna, ogni tanto, quei comunisti dei giudici, pensano a dare una sferzata a tanto buon gusto espressivo. Oggi la Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento per danni da diffamazione a favore del pm Ilda Boccassini a carico di Vittorio Sgarbi, in ossequio alla sentenza del 2006 e al rispetto di un giudicato che qualche leggina vorrebbe far sparire. Quante belle figlie ha Madama Dorè. Glielo avete detto al Premier? 

sabato 16 aprile 2011

Coca che ti passa

E' notizia di due settimane fa, che in Italia è aumentata la domanda di interventi chirurgici per la ricostruzione del setto nasale. Posto che non tutti abbiano l'insaziabile voglia di trasformarsi in tanti cloni della Santanchè o di Baglioni, a cosa potrebbe essere dovuto l'incremento delle rinoplastiche? Con buona probabilità all'abuso di cocaina e al non tascurabile effetto collaterale che la polvere bianca ha proprio sul naso.

Lontani i tempi in cui la foglia di coca la si poteva vedere solo nelle vecchie e sfuocate foto di qualche antropologo appassionato di indios latinoamericani, e lontani anche quelli in cui la si poteva reperire nei privè delle discoteche alla moda, ad uso esclusivo di una ristretta cerchia di vips e ricconi. Ormai una dose si può acquistare con poco più di venti euro e i pusher sono come il ragazzo delle pizze: te la portano direttamente sotto casa. Professori, medici, avvocati, studenti stressati dagli esami, mamme angustiate dalla routine...e parlamentari. Lo spettro dei consumatori si è notevolmente allargato.

L'entusiasmo perduto e la consapevolezza di poter interrompere in ogni momento, ecco la molla che fa scattare l'operazione "naso bianco": quando ci si ritrova soli, sconfortati e stanchi, con una mole di lavoro degna dello stakanov più zelante, non si trovano altri rimedi alla pista dei miracoli, quella che in un battibaleno ti infonde sicurezza, energia ed euforia. Anche la 'ndrangheta ha fiutato l'affare,e l'import-export della cocaina, specialmente al Nord, costituisce una delle principali fonti di guadagno. La produzione inizia ai confini dell'Amazzonia, tra Venezuela, Colombia, Perù e Bolivia, attraversando poi Lisbona, Marsiglia e Malaga o Parigi, Londra, Francoforte e Milano, ed approda in Europa, per un giro di affari di 1000/1500 miliardi di euro l'anno, pari al 2% del Pil mondiale.

Che le mafie mondiali (e di Vito Corleone ce sono in tutto il mondo!) fossero alla ricerca di proventi facili e sicuri, non c'è da stupirsi. Si rimane invece allibiti nello scoprire che anche il più insospettabile e rispettabile dei professionisti ne fa uso, forse anche più del povero sfigato all'angolo della strada.

La droga dei colletti bianchi ormai spopola ovunque, e il suo consumo è in forte aumento, pur raffrontato al generale calo dell'uso di sostanze stupefacenti segnalato nello studio della Asl 1 di Milano e dall'Istat a fine dicembre 2010: chi la usa spesso teme i servizi sanitari pubblici per paura di essere scoperto, con i conseguenti irreparabili danni di immagine. Marrazzo insegna. Quindi i dati forniti non sono accurati, nè tarati sul perverso meccanismo dei consumatori che, per essere scoperto, deve passare da una denuncia volontaria spesso troppo complicata da fornire.

"Ti fa sentire un leone" dichiara chi ne fa uso, come se si trattasse di Multicentrum o Actimel. Sintomo dunque di un malessere sociale che dovrebbe essere curato alla sorgente, per cui la semplice prevenzione non basta. I cocainomani, in particolare medici e farmacisti che ne conoscono la composizione e gli effetti, sono convinti di poter chiudere allorchè lo desiderano, per poi scoprire che cardiopatie gravi, problemi gastrointestinali e danni al cervello non sono solo gli astrusi nomi delle diagnosi del Dottor House. Ci vogliono dai 6 agli 8 anni per uscire da questo vicolo cieco. Quanti altri ancora ne servano per comprendere che la frenesia, il rendimento e il culto dell'immagine sono la barriera da abbattere e non l'orizzonte da rincorrere, questo non c'è dato saperlo.

lunedì 4 aprile 2011

1973. Ci risiamo.

[..]And though time goes by
I will always be
In a club with you
In 1973
Singing, “Here we go again"

1973 è il titolo di una nota canzone di James Blunt, conosciuta ai più come Simona. È, altresì, un anno di eventi storici e il numero identificativo di una risoluzione che, d’altro verso, di epocale ha ben poco. Siamo di fronte, ancora una volta, ai pretesti di buonismo che gli Stati etichettano come guerra giusta, legale e umanitaria per scaricarsi la coscienza. Di guerra comunque trattasi.

Andiamo con ordine. È nel 1973 che Ferdinand Marcos diventa presidente a vita delle Filippine mentre, dall’altro capo del mondo, in America Latina, il golpe militare di Augusto Pinochet impone ai cileni un lungo periodo di oppressione e illibertà. A latitudini diverse,  la dittatura cambia nome ma nei fatti resta immutata. Gli accordi di pace di Parigi decretano la fine della guerra in Vietnam mentre poco dopo gli americani cessano i bombardamenti in Cambogia, e di certo non perché hanno terminato gli arsenali. Probabilmente Nixon, a quei tempi, era troppo impegnato con il Watergate per mettere il naso fuori dagli Stati Uniti; del resto le intercettazioni e i guai giudiziari non sono una novità dei giorni nostri. In Israele scoppia la Guerra del Kippur, la guerra dei gabbati e dei volta gabbana che porta, come macroscopico risultato, a una crisi economica da cui forse non ci siamo mai veramente ripresi. Da questo conflitto abbiamo capito quant’è importante per noi il petrolio e, soprattutto, che siamo disposti a scendere in campo altre 10, 100, 1000 volte pur di accaparrarcelo.

La risoluzione n.1973 delle Nazioni Unite si conforma a questo principio. Altrimenti Sarkozy & Co. sarebbero intervenuti anche in Tunisia, in Egitto o nello Yemen. E, di certo, il Ministro Frattini, non si sarebbe affrettato a spiegare nell’aula del Senato la distinzione tra un trattato, quello di Bengasi del 2008, su cui è intervenuta la sospensione, e i contratti commerciali che, tuttavia, restano i piedi. Nel diritto internazionale un trattato si ritiene sospeso quando vengono temporaneamente a mancare le condizioni sulla base delle quali esso era stato stipulato; quindi, in teoria, se tali condizioni si ricostituissero, tutto tornerebbe come prima. Ergo: se in Libia ci sarà un nuovo dittatore, magari meno rude e più telegenico del pittoresco Rais, rassicurante al punto da velare di democrazia un autoritarismo di fatto, saremo di nuovo pronti a chiudere un occhio sulla libertà e sui diritti umani? Del resto lo abbiamo fatto con Ben Ali, garante del gasdotto Transmed il quale attraversa i territori libici per portare il gas nel Mediterraneo; idem per Il Cairo, bastione della fortezza ebraica di Terra Santa.

Giunge qualche ora fa e nemmeno troppo inattesa, la dichiarazione di Frattini che si dice pronto ad armare i ribelli “per evitare che soccombano alle forze del Colonnello. Poiché un intervento di terra delle truppe Nato non è pensabile, e con le bombe non si possono colpire obiettivi civili, sarebbe meglio fornire ai ribelli i mezzi per potersi difendere”. Tutto chiaro, i conti tornano. Prima di tutto il nostro ministro degli Esteri dovrebbe aggiornarsi perché di obiettivi civili ne sono stati già colpiti, con tanto di cadaveri. Secondo: agli albori della vicenda, lui stesso sottolineava al Tg2 che “l’Italia non fornirà aerei da guerra ma di certo non potrà negare le basi”. Abbiamo fornito le basi e pure gli aerei. Terzo. La 1973 prevede l’imposizione dell’embargo sulle armi, invece noi, queste armi, proprio le vogliamo imbarcare da qualche parte. E se i libici, con quei carri armati, con quei fucili, con quei mitra, continuassero a scannarsi anche a guerra finita? Ops, pardon, a intervento umanitario concluso? Non sarebbe la prima volta che accade.

L’art.11 della nostra costituzione sancisce a chiare lettere il ripudio dell’Italia per la guerra e lo stesso fa la Carta delle Nazioni Unite all’art.2 commi III e IV. Le relazioni internazionali non sono il giardino delle belle speranze ed è cosa nota che la realpolitik finisca per prevalere sulle aspirazioni; non siamo un popolo di Gandhi, ne avremo mai la pace perpetua auspicata da Kant ma se almeno ci impegnassimo a rispettare gli impegni che prendiamo, di sicuro, faremmo un passo in avanti. Here we go again.

sabato 2 aprile 2011

Si chiamano guai

http://www.geopolitica.info/Notizia.asp?notizia=734

Anche gli Angeli(ni) perdono la pazienza

No, non è un film di Bud Spencer e Terence Hill. Non è il solito spaghetti-western. Ma è sottotitolato alla pagina crisi di nervi di Camera WebTv. Il protagonista: il Guardasigilli, l'Onorevole ministro Angelino Alfano, il delfino che nuota più a suo agio nelle acque del Pdl, il pupillo di Sua Magnificenza Silvio da Lampedusa (colui che in una notte comprò una casa e in meno di 3 giorni ripulì l'isola dal mondezzaio poco igienico made in Maghreb).

Da lui proprio non ce lo aspettavamo. Lui, così altero, garbato, altezzoso e un pò snob; lui, con il suo sorriso di circostanza e la parola pungente: ha un cuore. I cardiologi di mezzo mondo si sono interrogati a lungo sulla presenza di quest'organo nel petto del Principe di Agrigento, colui che in 5 anni è passato dall'Ars - assemblea regionale siciliana - all'Art..di arrangiarsi, però. In un partito di fatti&rifatti, di foera de ball&torpiloqui vari, di lustrini, party e ville, Angelino si ergeva a primus inter pares con la sua impassibilità, portavoce (e salvacondotto) in attesa del magico momento, di quel 2013 che verrà.

Quel gesto di stizza, quel lancio della tessera elettorale, è stato l'espressione di un malessere che colpisce anche chi, come lui, riesce a non stupirsi davanti agli svarioni ormonali di Livia Turco. L'Italia dei Valori ringrazia e porge omaggi: Donadi, astuto volpone del rugby parlamentare, ha intercettato il volo della tessera con la stessa foga di un zitella che preme sulla folla per prendere il bouquet della sposa. Ora l'Idv ha argomenti di conferenza stampa almeno per 3 giorni.

domenica 13 marzo 2011

Un modello chiamato Turchia

Pragmatico. Conservatore. Nazionalista ma non autocratico. Islamico moderato. Quanti aggettivi per un governo solo, specialmente se questo governo era considerato il male assoluto fino a un anno fa e oggi è diventato l'archetipo, l'auspicato approdo finale dei popoli medio-orientali in rivolta. Scrive Carlo Frappi per ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale: "[..]il richiamo alla Turchia come modello di sviluppo, rappresenta comunque il più alto riconoscimento sin qui accordato all'azione di un governo per anni accusato di alienare la Turchia dal campo occidenatale. Un governo che oggi, al contrario, sembra offrire alle cancellarie occidentali un prezioso appiglio di stabilizzazione regionale."

Lo Stato dei due continenti, fratello del Medio Oriente ma strettamente imparentato anche con l'Europa, viene spesso usato come carta jolly, quella che ci si gioca quando proprio non si sa a chi o a cosa fare appello. In fondo la Turchia è tutto e niente, è sincretismo di così tante filosofie, etnie e culture che, a seconda della convenienza, può essere archiviata in uno schema differente. E' una repubblica (ma è anche una democrazia?), governata dal 2002 dall'AKP - Partito per la Giustizia e lo Sviluppo,il cui massimo esponente Recep Tayyip Erdogan è Primo Ministro da ben otto anni. Ma è anche uno stato islamico e mutliculturale, in cui convivono tante anime quanti furono i popoli conquistati dall'Impero Ottomano. Il Presidente statunitense Barack Obama, ha fatto riferimento ad Ankara come a "una democrazia islamica", senza però definire cos'è una democrazia islamica, in cosa si differenzia da una cattolica o laica o induista e con quel sottostante, nemmeno troppo velato, richiamo ad una coppia di parole per noi occidentali improbabile da accostare.

E' stato uno dei primi paesi ad aderire alla Nato, cui è rimasta fedele alleata anche dopo la fine della Guerra Fredda; è candidata all'ingresso nell'Unione Europea, come se l'UE fosse una burocrazia che espande smisuratamente i suoi tentacoli fino all'implosione. Fa parte del G20 e negli ultimi anni ha espanso la sua rete economica sul mercato globale, stringendo contemporaneamente le mani alla Palestina e all'Iran. Da Teheran importa il materiale fissile per triangolarlo con il Brasile in un gioco funzionale ad aggirare le norme internazionali in materia di nucleare. Da che parte stia e quale creatura sia, nessuno lo sa, se non i turchi.

Come si può allora parlare di un modello turco? E, soprattutto, come si fa ad esportare un modello di cui non si conoscono le variabili? La storia ci ha insegnato che ogni paese ha bisogno del suo tempo, delle sue rivoluzioni, dei suoi eroi e dei suoi inni per poter arrivare a una forma di stato e di governo che ricomprenda tutti gli elementi eziologici e mitici della sua biografia. Ankara ha percorso un lungo cammino, come Impero e come repubblica, come società plurireligiosa, quindi laicista e poi islamica, prima di approdare alla sintesi attuale, peraltro imperfetta e ancora da definire.

Ai paesi in rivolta, ai giovani che stanno scendendo in piazza contro regimi vecchi e affannati, ai disoccupati che reclamano opportunità e alle madri che chiedono una vita migliore per i loro figli, non va proposto un modello, andrebbe piuttosto lasciata la facoltà di esprimersi, anche a costo della momentanea instabilità. Solo il tempo e la libertà potranno dirci quale destino hanno scelto.

sabato 12 marzo 2011

L'alternativa che non c'èsio

http://tg.la7.it/Esteri/video-i393822

Un monito per tutti, in particolare per quella pubblica opinione italiana che continua a sostenere la decisione del governo di tornare al nucleare.

venerdì 4 marzo 2011

Basta un poco di etanolo e il price index va su

Siamo quello che mangiamo. In una certa parte del mondo potrà anche essere vero. Nel lato del globo che si trova all'ombra di un sole chiamato spreco, tuttavia, questo detto popolare non funziona. E non certo perchè qualche vecchio saggio ha sbagliato le previsioni ma piuttosto perché c'è una buona parte del mondo che il cibo non lo vede nemmeno con il binocolo e, forse, continuerà a non vederlo per molto altro tempo.




Per i lettori di "Internazionale" suonerà familiare un articolo uscito sul n.884 di febbraio 2011, in cui Michael T. Klare, docente dell'Hampshire College di Amherst nel Massachusetts, scriveva di una probabile crisi alimentare, causata dal rialzo eccessivo dei prezzi dei generi di prima necessità. Un circolo vizioso che fagocita milioni di persone e che si nutre dei suoi stessi difetti. La Fao, lo scorso 3 marzo, ha confermato con i numeri del Food Price Index (Fpi) le parole di Klare: i prezzi alimentari mondiali a febbraio sono saliti a un livello record, il picco storico dal 1990, anno in cui la Food and Agricultural Organization delle Nazioni Unite ha iniziato la misurazione. Il Fpi misura la variazione mensile dei prezzi internazionali di un paniere di prodotti alimentari composto da cinque gruppi di base - zucchero, cereali, prodotti caseari, olio e grassi e carne - i quali vengono poi ponderati con le quote medie di esportazione di ciascun gruppo per gli anni 2002-2004.


Al di la dei calcoli e dei numeri, l'analisi è incontrovertibile: il prezzo del cibo è cresciuto vertiginosamente, di ben 2,2 punti rispetto a gennaio, trainato soprattutto dallo squilibrio tra la domanda e l'offerta di cereali, l'alimento base di miliardi di persone che vivono nei paesi più poveri del pianeta. Mais, riso, grano...si si, proprio quelli che noi troviamo in confezione sigillata tra i banchi del supermercato e che spesso compriamo per diversificare un'alimentazione costituita da grassi così saturi che si tagliano con il coltello. In paesi come l'India, la Cina e il Bangladesh, Haiti o lo Zimbabwe, questi chicchi costituiscono l'essenza della sopravvivenza.


Il circolo funziona così. Ad eccezione del 2008, anno in cui i prezzi alimentari hanno subito una netta decellerazione a causa della crisi economica mondiale, il costo dei cereali ha dimostrato una notevole tendenza a crescere per via della pressione della domanda sull'offerta. Secondo gli analisti, la somma della domanda dei paesi sviluppati con quella dei paesi in via di sviluppo sarebbe così massiccia da non poter essere soddisfatta da un'offerta in calo. E perché l'offerta è in calo?? In parte a causa del riscaldamento globale, in parte a causa della simultanea crescita del prezzo del petrolio.


Un clima insolitamente caldo e secco ha prodotto una serie di catastrofi in Russia e Ucraina, nel midwest degli Stati Uniti e in Argentina mentre le inondazioni devastavano l'Australia; in pratica il pentapartito dei maggiori produttori mondiali di grano, è stato flagellato da eventi definiti "incontrollabili" ma di cui ognuno conosce la sorgente. In secondo luogo, il rialzo del prezzo del greggio, iniziato ben prima e più in sordina delle rivolte nel mondo arabo e maghrebino, rende più conveniente per gli agricoltori produrre mais da trasformare in etanolo, il celebrato biocarburante che dovrebbe sostituire l'oro nero, piuttosto che mais destinato al mercato dei rifornimenti alimentari. Il petrolio dovrebbe scendere sotto i 50$ al barile per far si che i contadini tornino a preferire la coltura del mais ad uso alimentare ma questo difficilmente accadrà, almeno non nel 2011. Dunque si produrrà più mais ma il suo prezzo continuerà a salire piuttosto che a scendere.

Dovrebbe ora risultare più chiara l'espressione "rivolte del pane". Non si tratta solo di un eufemismo giornalistico ripreso dalla letteratura manzoniana, e nemmeno di un grigio scenario alla Oliver Twist. Quella parte di mondo che sta protestando contro la tirannia, sta rivendicando non solo il diritto al voto ma anche e soprattutto quello alla sicurezza alimentare, al progresso e alla partecipazione su uno scenario mondiale che ben poco ha di globale. Provate voi a spiegare ai vostri figli che un quarto di focaccia costa quanto una giovane vita.

sabato 26 febbraio 2011

La democrazia è servita.

Non abbiamo potuto fare a meno di vedere quelle immagini. Anche solo distrattamente mentre l’acqua bolliva in pentola dopo una giornata di lavoro e stress. I telegiornali e la carta stampata ci stanno bombardando ogni giorno con le notizie dal Maghreb, illustre quanto sconosciuto vicino dal nome esotico che fino a qualche tempo fa figurava solo nelle liste dei partenariati euro mediterranei. Finalmente, era ora. Mai rivoluzioni furono più gradite, mai presa di coscienza più nobile e condivisa di quella di un popolo che lotta per l’autodeterminazione, per la libera elezione dei suoi rappresentanti e per la scelta leale della forma di governo. Sembra quasi di tornare a un paio di secoli fa quando le rivoluzioni eravamo noi a farle e per gli stessi identici motivi. Delacroix dipingerebbe un’altra tela per immortalare l’evento.

Sempre sperando e volendo dar credito agli idealisti del caso, sempre chiudendo nel cassetto il ronzio della realpolitik, ognuno di noi guarda con gioia e con coevo terrore a questi fatti di sangue e democrazia. E a chi propone modelli di stabilizzazione, Emijl sente di dare un suggerimento: forse andrebbero cercati i mandanti delle rivolte per capire dove e a cosa queste porteranno.
Che in Tunisia e in Egitto si vivesse male lo sapevamo tutti, perché più o meno la metà della popolazione italiana è attraccata al porto di Tunisi (chi per l’abbronzatura chi per omaggiare i resti della Repubblica che fu) o ha preso il brevetto da sub a Sharm-el-Sheik dopo l’immancabile crociera sul Nilo. Che Gheddafi fosse un dittatore sanguinario lo si sapeva ben prima che iniziasse il tiro al bersaglio contro la popolazione che sostiene di rappresentare. In una intervista del ’79, il Colonnello rispondeva al pressing della Fallaci con parole dure e profetiche: “La rivoluzione è quando le masse fanno la rivoluzione. La rivoluzione popolare. Ma anche se la rivoluzione la fanno gli altri a nome della masse esprimendo ciò che vogliono le masse, può essere rivoluzione [..]”
Il 1° settembre del 1969, era lui la Guida della Rivoluzione, colui che incarnava le masse in rivolta. Oggi quelle masse sono stanche di esser rappresentate da una leadership dispotica. Ma, se il Rais ha perso la simbiosi con il popolo, chi è che Guida la Rivoluzione? In parte i libici, gli egiziani, i tunisini e, a seguire, gli yemeniti, i sauditi, i giordani . . . in parte è la fame, di pane e di giustizia. Resta da scovare il deus ex machina, perché il deus c’è, invisibile e potente, nascosto nel sipario degli eventi, pronto ad agire e forse non per il bene dei rivoltosi affamati. È come giocare ad Indovina chi: si hanno solo degli indizi, non delle prove, e l’abilità consiste nel connetterli tra loro. Petrolio, interessi, guerra delle monete e cambi valutari, El Baradei, Fratellanza Musulmana, Cirenaica, colonialismo, elezioni presidenziali. È il Maghreb??

domenica 20 febbraio 2011

Chevron alla sbarra. E l’Amazzonia ci guadagna.

Capita a volte di giudicare un cartone animato per quello che è, una sequela di immagini ormai quasi reali, con tanti effetti speciali e un inevitabile lieto fine. Capita meno frequentemente di capire il messaggio profondo che le immagini provano a veicolare. Per questo consiglio, a chiunque non sappia nemmeno della sua recente uscita, di vedere Animals United, un’ottima pellicola diretta da due registi tedeschi e legata ad alcuni progetti di tutela ambientale del WWF. Tra gli splendidi scenari africani del delta dell’Okawango, un gruppo di animali delle più svariate specie inizia e vince una lotta contro la vera bestia che sta distruggendo la terra: l’uomo. Ma la guerra è lunga, e la realtà supera il cartoon quanto a brutalità.
Un segnale positivo a favore dell’ambiente è giunto lo scorso 14 febbraio dal Tribunale dell’Ecuador, che ha condannato il gigante petrolifero Chevron al pagamento di una multa di oltre 9 miliardi di dollari per disastro ecologico e violazioni dei diritti umani delle popolazioni native della foresta amazzonica ecuadoregna. La causa era iniziata nel 1993, quando il gruppo Texaco - poi fusosi con Chevron – venne accusato per le estrazioni di petrolio effettuate tra il 1964 e il 1990 nella regione amazzonica dell’Ecuador, operazioni che, secondo l’accusa, hanno provocato ingenti danni alle comunità indigene delle regioni di Sucumbios e Orellana. Le estrazioni indiscriminate sarebbero la causa dell’aumento esponenziale dei casi di malattie mortali, dal cancro alla leucemia. Inizialmente, la magistratura del piccolo stato latinoamericano aveva chiesto alla Chevron il pagamento di 27 miliardi di dollari, cifra che verrà riproposta qualora il colosso petrolifero decidà di ricorrere in appello per contestare la sentenza.
I soldi sicuramente non restituiranno la vita a nessuno, tantomeno all’Amazzonia e ai suoi abitanti, ma sono un primo passo verso il riconoscimento di una responsabilità ambientale e sociale delle aziende multinazionali. Una multinazionale (acronimo IMF), infatti, sotto il profilo economico, è considerata un unicum in virtù dell’unicità del suo centro decisionale. Volgendo le spalle a questa considerazione di ordine pratico, le IMF hanno preferito strutturarsi sotto il profilo giuridico come gruppo di società, giuridicamente distinte sebbene operanti secondo le direttive della casa madre. Hanno dunque rifiutato la personalità giuridica internazionale (quella degli Stati, tanto per essere chiari) in modo da poter scegliere i mercati sulla base della legislazione statuale più conveniente – zone economiche speciali, inadeguata tutela dei lavoratori, scarsa attenzione alle problematiche ambientali. Così facendo limitano eventuali responsabilità a una singola società e diversificano il rischio.
Ne è esempio un altro recente e tristemente famoso caso. La Shell Petroleum Development Company o Shell Nigeria, ha raggiunto nel giugno 2009 un accordo preventivo con la famiglia dell’attivista nigeriano Ken Saro Wiwa consistente nel risarcimento di 15.5 milioni di dollari e nell’istituzione di un trust per la tutela del territorio danneggiato. La filiale nigeriana della compagnia anglo – olandese era stata citata in giudizio in diversi processi e di fronte a diverse corti proprio per complicità nella morte dell’attivista Saro Wiwa e di nove altri membri del MOSOP, Movement for Survival of the Ogoni People, catturati e poi decapitati dall’esercito per aver bloccato le attività di estrazione della Shell nel territorio definito Ogoniland. In quel caso, pur non essendo stata condannata con una sentenza, la Royal Dutch ha dimostrato di avere la coscienza sporca nel voler ricercare così frettolosamente un accordo preventivo. E la casa madre, se non per qualche giorno di clamore mediatico, non ha subito grossi danni dato che, per l’appunto, le due società hanno personalità giuridiche distinte.
Inoltre, dal punto di vista sia nazionale che internazionale, non esistono codici o normative vincolanti che prevedano prescrizioni e relative sanzioni per le IMF. Qualche passo in avanti è stato fatto negli anni più recenti grazie all’impegno delle Nazioni Unite e dell’ex Segretario Generale Kofi Annan, ma trattasi di linee guida o di compact giuridici che nulla hanno a che vedere con delle leggi vere e proprie. La speranza di giustizia resta confinata, come nel vaso di Pandora, tra mille interessi e cavilli: se, un giorno, dovesse venir fuori o anche solo far capolino in questo marasma, allora si che l’ambiente avrà la sua rivincita.

martedì 8 febbraio 2011

Se l’India sfida la Cina: una lotta tra titani nel cuore dell’Asia.

Commonfilth questo uno dei titoli britannici più bonari sui giochi del Commonwealth tenutisi in India nell’ottobre 2010; tutt’altra storia rispetto alla fantasmagorica macchina olimpionica messa in piedi da Pechino nel 2008. Dal paragone sportivo alla vita quotidiana, il mondo si interroga sempre di più sul futuro di Cindia, se mai ne è esistita una o se mai ce ne sarà una. In effetti, i rapporti tra Pechino e Delhi migliorano costantemente sotto il profilo economico e commerciale ma altrettanto non può dirsi sul terreno politico e delle alleanze strategiche. In un quadro di relazioni interasiatiche estremamente complesse, fanno capolino gli Stati Uniti di Obama che potrebbero decidere di assecondare questa presunta intesa, confermandosi come pilastro degli equilibri asiatici, oppure preferire un partner piuttosto che un altro, sulla base di considerazioni di breve e medio periodo. Le relazioni tra Cina e India erano state messe a dura prova dalla  pesante sconfitta subita da Delhi nella guerra contro Pechino del 1962 e dai test nucleari indiani del 1998...http://www.geopolitica.info/Notizia.asp?notizia=711

venerdì 4 febbraio 2011

1 su 5 non ce la fa

Non si è un cittadino romano se non si legge un quotidiano gratuito – City, Metro, IQ – una di quelle copie che ti lasciano distrattamente all’entrata della metro o che trovi smarrite tra i sedili dell’autobus (sempre che, nel caos, si riesca a scorgerne una). Oggi mi sono sentita ancor più che una romana vera perché ho sbirciato il City altrui, espressione della maleducazione molto in voga se si sta talmente pressati da averlo praticamente in faccia.

In fondo meglio il quotidiano che un’ascella, mi son detta.

E così, leggendo qui e lì, non ho potuto fare a meno di notare che il servizio in prima pagina era alquanto allarmante oltre che fuorviante. “Un ragazzo italiano su cinque di quindici anni è analfabeta”. Primo appunto: si tratta di un titolo, deve far sensazione ma dovrebbe anche essere grammaticalmente corretto per essere compreso. Secondo appunto: ieri il titolo di Repubblica sosteneva che un quinto dei ragazzi italiani nella fascia di età che ruota intorno all’adolescenza è semianalfabeta, per l’esattezza il 21% del campione analizzato. Il test Ocse-Pisa, vero ed autentico marchio di qualità nel settore, ha dato nota di “scarsi risultati in lettura”. Il dato resta comunque allarmante, tant’è che la Commissione Ue si è subito mossa ed ha istituito un gruppo di lavoro riunitosi il 2 febbraio scorso a Bruxelles.

Tuttavia tra semianalfabetismo e analfabetismo non passano solo 4 lettere. Analfabeta è colui che non sa leggere né scrivere, semianalfabeta è invece colui che a stento legge e scrive, che fa fatica a concettualizzare e a creare connessioni logiche tra le diverse idee però sa leggere e sa scrivere. Terzo appunto: Emijl non è una sgradevole e spocchiosetta snob che cerca il pelo nell’uovo. Qui si tratta di concetti, non di sfumature.

Certo, essendo un genitore mi preoccuperei, eccome se mi preoccuperei. Starei ore ed ore a riflettere sul sistema educativo che ho scelto per i miei figli, su come la scuola agisce e se agisce, su chi sono i suoi amici e quali i suoi svaghi. Penserei che i ragazzi non leggono abbastanza, che non pensano abbastanza e non criticano abbastanza. Penserei al contributo da dare a una scuola che palesemente non funziona.

Eppure, la newsletter di Palazzo Chigi, giunta in inbox tre giorni orsono, metteva in bella mostra il seguente testo: “A poco più di un anno dall’avvio del piano per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, i ministri Gelmini, Meloni e Sacconi hanno presentato un primo bilancio sui risultati ottenuti. Sei le linee di azione avviate con uno stanziamento complessivo di 1.082.000.000 euro suddivisi tra ministero del lavoro e delle politiche sociali, ministero dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca e ministro della Gioventù.” Qualcuno ha visto questi soldi e questi risultati? In caso di risposta affermativa mi contatti perché solo allora potrò a diritto sentirmi baciata dalla sfortuna.

Siamo un paese che non cresce, in cui la produzione e i consumi sono fermi, in cui la fuga all’estero dei cervelli porta olezzo di palude al posto delle fresche boccate di elaborazione cerebrale. Il nostro capitale umano, ossia l'insieme di conoscenze, competenze e abilità acquisite durante la vita e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, sta riducendosi vistosamente quando invece, secondo le più accreditate teorie della scienza economica, dovrebbe aumentare quantitativamente e qualitativamente per portare sviluppo. Una classe, per essere dirigente, dovrebbe padroneggiare la lettura e la scrittura ai massimi livelli e non sbiascicare frasi superficiali e senza senso. Non prendiamo esempio dal City.


venerdì 28 gennaio 2011

L'insopprimibile vastità del pensiero




La stampa è potere. È il quarto potere, per citare qualcuno più famoso di me. Ce ne rendiamo conto ogni singolo giorno. Dalla cronaca alla politica, dall’economia al gossip, la modulazione della parola nei servizi d’informazione è cruciale  per la vita di ognuno di noi. Pensiamo alla moda o ai biscotti per la colazione: una buona pubblicità ci influenzerà nella scelta di un maglione piuttosto che di una felpa o di alcuni biscotti anziché degli altri. Ma cosa c’è di buono e di cattivo nell'informazione? Un dilemma, delle definizioni troppo manichee o troppo sbiadite per essere compatibili con il senso di questi due aggettivi.

Non ci può essere adeguata classificazione di buono e cattivo, così come non ce n’è di bene e di male, di giusto e di sbagliato. C’è, tuttavia, lo spirito critico, quello che permette di osservare oltre che guardare, di riflettere e di elaborare, di andare al di là dell’immagine e delle parole per carpire il contenuto.  In un certo senso esso coincide con la curiosità dei bambini che, inesperti della vita, cercano di afferrare il meccanismo che sta dietro a un fatto o a un oggetto. Strada facendo questo senso tende ad evaporare e, perdendo linfa, inaridisce tra le pieghe della vita quotidiana. C’è qualcosa che ci impedisce di recuperarlo. Forse è la paura, forse il timore di capire perché spesso la cruda verità fa male più di una bugia ben cotta.

Ma nel mondo c’è troppa bellezza per non apprezzarla tutta: talvolta si nasconde nei più piccoli e remoti angoli del globo, altre ci sta davanti così splendente e maestosa che la sua luce ci impedisce di vederla. Bisogna essere come gli attori che continuamente vestono i panni di qualcun altro. L’immaginazione, ecco cosa ci manca … la capacità di immedesimarci nell’altro, di vivere la sua vita, di indagare nei suoi pensieri senza per questo doverli giudicare. Si tratta di opinioni e, per fortuna, quelle si che si possono esprimere gratuitamente. Esisterà sempre uno spazio in cui scriverle, ci sarà sempre un megafono da cui gridarle o più semplicemente una persona disposta ad ascoltarle; le idee non smetteranno mai di circolare altrimenti si arresterebbe il progresso.

Questo blog nasce, quindi, per contribuire alla insopprimibile vastità del pensiero attraverso la creazione di un minuto ritaglio informatico che contiene i più piccoli e remoti angoli del globo tanto quanto quella splendente bellezza a portata di mano. È una piattaforma di informazione nazionale e internazionale ma soprattutto di scambio e confronto sui temi con cui quotidianamente i media ci martellano o che puntualmente ignorano. Emijl parte dal presupposto che sia l’uomo a fare informazione e non l’informazione a fare l’uomo. Il valzer dei commenti  è perciò  la variabile esplicativa di tutta l’equazione, la sostanza di questo strano tentativo. E se qualcuno dovesse trovarlo interessante oppure inutile e risibile ne spieghi pure il perché …

mercoledì 26 gennaio 2011

Intanto...

Mentre l'Italia faceva ancora i conti al mercato parlamentare, Mohamed Bouazizi, tunisino di 26 anni, si dava fuoco per esprimere la sua disperazione di fronte alle ingiustizie sociali del paese. Dal suo gesto è nata una rivolta che ha indotto alla fuga in Arabia Saudita del dittatore Zine el Abidine Ben Ali, che ha governato il paese con il pugno di ferro per 23 anni.

Il giorno dei funerali del Caporalmaggiore Luca Sanna, con un piede fuori dall'Afghanistan e uno sgomento popolare sempre crescente, il governo riusciva a far approvare un accordo di cooperazione nel settore della difesa con il Qatar, fortemente voluto da Franco Frattini e Ignazio La Russa; perchè, in effetti, se dovessimo andar via da Kabul, da qualche altra parte bisognerà pure andar a combattere.

La ripresa economica globale, nel 2011, sarà vigorosa grazie alla stabilizzazione delle aspettative e alla riduzione dell'incertezza sui mercati. Lo confermano, con i dovuti distinguo, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario. Ma Confindustria ammonisce "l'Italia non tiene il passo e fatica ad andare oltre l'1% nella velocità di crescita del Pil, perchè la dinamica dei consumi continuerà ad essere frenata dalle difficoltà del mercato del lavoro". Sarà una questione di pessimismo o nella nostra economia ci sono problemi strutturali che i colpi di decreto magico non riescono a risolvere? Il Milleproroghe, nome esotico per maxi condono, non durerà per sempre.

Molti paesi, in Italia, non sono dotati di rete Adsl e, se lo sono, raramente funziona. Il resto del mondo comunica, studia e si ribella sulla rete. Nel 2009 c'è stata l'onda verde iraniana, oggi la Tunisia; Aung San Suu Kyi vuole aprire un account Twitter e molto si discute di blogosfera, hackeraggio, cyberguerre, cyberpolizie...noi, in paese, impieghiamo 40 minuti per aprire una pagina facebook.

Dopo l'hotel extra lusso inaugurato ad aprile scorso nel grattacielo più alto del mondo a Dubai, Giorgio Armani starebbe pianificando con altri soci un investimento di 150 milioni di dollari per un nuovo albergo di altissimo design in Russia. E intanto il rapporto annuale della FAO, l'organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa della fame nel mondo, sottolinea che gli obiettivi del Millennio non sono stati raggiunti e c'è ancora quasi un sesto della popolazione mondiale che vive con meno di 1$ al giorno.

Prima della strage in cui è rimasta coinvolta la governatrice dell'Arizona, Tucson era un'illustre sconosciuta. Eppure li si conduce da anni una strenua lotta per il possesso di armi da fuoco, che possono essere portate da qualsiasi persona perfino al bar, purchè nascoste e a patto che chi le possiede si astenga dal bere. Come dire a un bambino di non aprire il barattolo della Nutella. Gli Stati Uniti sono il faro del mondo, la luce della civiltà e il paese in cui c'è la più alta concentrazione di armi da fuoco del mondo - circa 300 milioni, di cui 200 in mano a privati cittadini.

Liu Xiaobo è agli arresti domiciliari ma Wen Jiabao invita il popolo cinese a presentare reclami sul malfunzionamento del governo, come facevano i sudditi dell'Impero celeste già dal 1800. Il Partito comunista si scarica la coscienza e ripulisce l'immagine autocratica, un'operazione di chirurgia plastica ormai comune (e non solo in Asia).

Secessione e secessionismo sono parole a noi note ma non quando riguardano l'Africa, dove il 15 gennaio si sono chiusi i seggi del referendum per l'autodeterminazione del Sud Sudan, che indicano la vittoria schiacciante dei favorevoli alla secessione. Gli abitanti del Sahara Occidentale, in lotta da più di trentanni con il caro amico Marocco, stanno ancora attendendo il censimento per poter effettuare un simile referendum. Il Sudan, paese di Bin Laden, va aiutato a ripristinare la democrazia. Il Sahara, purtroppo, non ha i nemici giusti...

Il segretario generale dell'Onu Ban ki-moon, ha esortato oggi a Davos il presidente uscente della Costa d'Avorio Laurent Gbagbo, a ''rispettare la volontà del popolo che ha scelto il suo avversario Alassane Ouattara'' alle presidenziali del novembre scorso. Un monito che dovrebbe rispettare anche qualcun altro.

Dio ha creato il mondo in 7 giorni. Silvio ha dichiarato che allargherà la maggioranza in 10...72 ore di ritardo! Il premier non è più quello di una volta.

lunedì 24 gennaio 2011

Quando la memoria è arte

Credi alla forza dei tuoi sogni e loro diverranno realtà”, così scrive Sergio Bàmbarén ne “L’onda Perfetta”. Sembra un paradosso: affidare il domani alle impressioni di una visione onirica, sperando che la realtà si avvicini, folle e un po’ incosciente, al desiderio di ciò che sarà. 

Eppure questo è ciò che ha fatto la Comunità di Villa San Francesco, un’Ente Morale di Facen di Pedavena, vicino Venezia, con Il museo dei sogni e della memoria. Il museo parte dal concetto che l’Umanità, pur divisa in realtà geografiche e contingenti assolutamente diverse, condivide lo stesso destino. Ciò che succede nei paesi del mondo tocca tutti noi e per questo i ragazzi e il personale della Comunità hanno pensato di imparare a conoscere e a leggere le storie attraverso un’ottica del tutto nuova.

Così essi hanno scritto ai rappresentanti di tutto il mondo per chiedere una manciata di terra o una pietra che simbolicamente ricordasse un evento importante che ha segnato la storia del loro paese. Hanno risposto in 198, tutti. Le pietre, oltre 450, sono state collocate nel museo secondo modalità simboliche: alcune poste a terra, coperte da un vetro a calpestio, come a formare un selciato, perché sulla storia dell’uomo si può e forse si deve camminare. Altre ordinate negli espositori di vetro che accomunano ciottoli di aree altrimenti in conflitto tra loro come Palestina e Israele, Kosovo e Serbia. Si tratta di metafore a ricordo di personalità, idee, avvenimenti di alto rilievo storico mondiale. Non si può evitare di ammirare il pezzo di tegola bombardata a Hiroshima, donata, caso unico al mondo, al Museo mentre l’altro esemplare fuori del Giappone si trova solo al Palazzo di vetro dell’ONU e in comodato.

Con le terre di tutti i paesi saranno fatti 198 mattoni del mondo che verranno donati ai rappresentanti di tutti i popoli con la prospettiva di raggiungere tutti gli uomini del mondo ed esprimere il grande valore della ricchezza delle diversità, della solidarietà e della fratellanza universali nel chiaro rispetto delle identità nazionali.

Seguendo questa scia sono stati avviati dalla Comunità altri progetti come quello dal nome “Il Deserto fiorirà: acque da tutto il mondo”, il “Vieni c’è posto” che raccoglie le rappresentazioni della Natività e quello che vede coinvolti i sindaci delle capitali di tutti i paesi. A loro è stato chiesto di inviare una candela, un segno di luce, quali “lampade” per il cammino di sogni, idee, aspirazioni e memoria dei propri connazionali. Hanno accolto l’invito i sindaci di Stoccolma, Lisbona, Parigi, Riga, Maputo, Città del Capo, Hanoi, Atene, Madrid, Budapest, Manila, Dakar, Helsinki, Tokyo, Roma e tantissime altre luci sono giunte da tutta la terra. 

Il Museo dei Sogni ha anche una stazione. Un altro significativo punto museale realizzato grazie alla generosità di Trenitalia, che ha messo a disposizione un vecchio vagone merci con rotaie e traverse, dove sono ricordati avvenimenti legati alla vita su treni (deportazioni, attentati, tradotte, emigrazioni, incontri storici…). Il Museo, sostenuto dalla regione Veneto, è stato dichiarato di particolare interesse: l’Unesco commissione per l’Italia ha concesso il patrocinio e il Presidente della Repubblica ha deliberato una medaglia d’argento per il valore dell’iniziativa. La gioia e la  tenacia di ragazzi, educatori e volontari è stata premiata e il sogno della pace si è fatto arte per futuro della Terra.