domenica 20 febbraio 2011

Chevron alla sbarra. E l’Amazzonia ci guadagna.

Capita a volte di giudicare un cartone animato per quello che è, una sequela di immagini ormai quasi reali, con tanti effetti speciali e un inevitabile lieto fine. Capita meno frequentemente di capire il messaggio profondo che le immagini provano a veicolare. Per questo consiglio, a chiunque non sappia nemmeno della sua recente uscita, di vedere Animals United, un’ottima pellicola diretta da due registi tedeschi e legata ad alcuni progetti di tutela ambientale del WWF. Tra gli splendidi scenari africani del delta dell’Okawango, un gruppo di animali delle più svariate specie inizia e vince una lotta contro la vera bestia che sta distruggendo la terra: l’uomo. Ma la guerra è lunga, e la realtà supera il cartoon quanto a brutalità.
Un segnale positivo a favore dell’ambiente è giunto lo scorso 14 febbraio dal Tribunale dell’Ecuador, che ha condannato il gigante petrolifero Chevron al pagamento di una multa di oltre 9 miliardi di dollari per disastro ecologico e violazioni dei diritti umani delle popolazioni native della foresta amazzonica ecuadoregna. La causa era iniziata nel 1993, quando il gruppo Texaco - poi fusosi con Chevron – venne accusato per le estrazioni di petrolio effettuate tra il 1964 e il 1990 nella regione amazzonica dell’Ecuador, operazioni che, secondo l’accusa, hanno provocato ingenti danni alle comunità indigene delle regioni di Sucumbios e Orellana. Le estrazioni indiscriminate sarebbero la causa dell’aumento esponenziale dei casi di malattie mortali, dal cancro alla leucemia. Inizialmente, la magistratura del piccolo stato latinoamericano aveva chiesto alla Chevron il pagamento di 27 miliardi di dollari, cifra che verrà riproposta qualora il colosso petrolifero decidà di ricorrere in appello per contestare la sentenza.
I soldi sicuramente non restituiranno la vita a nessuno, tantomeno all’Amazzonia e ai suoi abitanti, ma sono un primo passo verso il riconoscimento di una responsabilità ambientale e sociale delle aziende multinazionali. Una multinazionale (acronimo IMF), infatti, sotto il profilo economico, è considerata un unicum in virtù dell’unicità del suo centro decisionale. Volgendo le spalle a questa considerazione di ordine pratico, le IMF hanno preferito strutturarsi sotto il profilo giuridico come gruppo di società, giuridicamente distinte sebbene operanti secondo le direttive della casa madre. Hanno dunque rifiutato la personalità giuridica internazionale (quella degli Stati, tanto per essere chiari) in modo da poter scegliere i mercati sulla base della legislazione statuale più conveniente – zone economiche speciali, inadeguata tutela dei lavoratori, scarsa attenzione alle problematiche ambientali. Così facendo limitano eventuali responsabilità a una singola società e diversificano il rischio.
Ne è esempio un altro recente e tristemente famoso caso. La Shell Petroleum Development Company o Shell Nigeria, ha raggiunto nel giugno 2009 un accordo preventivo con la famiglia dell’attivista nigeriano Ken Saro Wiwa consistente nel risarcimento di 15.5 milioni di dollari e nell’istituzione di un trust per la tutela del territorio danneggiato. La filiale nigeriana della compagnia anglo – olandese era stata citata in giudizio in diversi processi e di fronte a diverse corti proprio per complicità nella morte dell’attivista Saro Wiwa e di nove altri membri del MOSOP, Movement for Survival of the Ogoni People, catturati e poi decapitati dall’esercito per aver bloccato le attività di estrazione della Shell nel territorio definito Ogoniland. In quel caso, pur non essendo stata condannata con una sentenza, la Royal Dutch ha dimostrato di avere la coscienza sporca nel voler ricercare così frettolosamente un accordo preventivo. E la casa madre, se non per qualche giorno di clamore mediatico, non ha subito grossi danni dato che, per l’appunto, le due società hanno personalità giuridiche distinte.
Inoltre, dal punto di vista sia nazionale che internazionale, non esistono codici o normative vincolanti che prevedano prescrizioni e relative sanzioni per le IMF. Qualche passo in avanti è stato fatto negli anni più recenti grazie all’impegno delle Nazioni Unite e dell’ex Segretario Generale Kofi Annan, ma trattasi di linee guida o di compact giuridici che nulla hanno a che vedere con delle leggi vere e proprie. La speranza di giustizia resta confinata, come nel vaso di Pandora, tra mille interessi e cavilli: se, un giorno, dovesse venir fuori o anche solo far capolino in questo marasma, allora si che l’ambiente avrà la sua rivincita.

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