venerdì 4 marzo 2011

Basta un poco di etanolo e il price index va su

Siamo quello che mangiamo. In una certa parte del mondo potrà anche essere vero. Nel lato del globo che si trova all'ombra di un sole chiamato spreco, tuttavia, questo detto popolare non funziona. E non certo perchè qualche vecchio saggio ha sbagliato le previsioni ma piuttosto perché c'è una buona parte del mondo che il cibo non lo vede nemmeno con il binocolo e, forse, continuerà a non vederlo per molto altro tempo.




Per i lettori di "Internazionale" suonerà familiare un articolo uscito sul n.884 di febbraio 2011, in cui Michael T. Klare, docente dell'Hampshire College di Amherst nel Massachusetts, scriveva di una probabile crisi alimentare, causata dal rialzo eccessivo dei prezzi dei generi di prima necessità. Un circolo vizioso che fagocita milioni di persone e che si nutre dei suoi stessi difetti. La Fao, lo scorso 3 marzo, ha confermato con i numeri del Food Price Index (Fpi) le parole di Klare: i prezzi alimentari mondiali a febbraio sono saliti a un livello record, il picco storico dal 1990, anno in cui la Food and Agricultural Organization delle Nazioni Unite ha iniziato la misurazione. Il Fpi misura la variazione mensile dei prezzi internazionali di un paniere di prodotti alimentari composto da cinque gruppi di base - zucchero, cereali, prodotti caseari, olio e grassi e carne - i quali vengono poi ponderati con le quote medie di esportazione di ciascun gruppo per gli anni 2002-2004.


Al di la dei calcoli e dei numeri, l'analisi è incontrovertibile: il prezzo del cibo è cresciuto vertiginosamente, di ben 2,2 punti rispetto a gennaio, trainato soprattutto dallo squilibrio tra la domanda e l'offerta di cereali, l'alimento base di miliardi di persone che vivono nei paesi più poveri del pianeta. Mais, riso, grano...si si, proprio quelli che noi troviamo in confezione sigillata tra i banchi del supermercato e che spesso compriamo per diversificare un'alimentazione costituita da grassi così saturi che si tagliano con il coltello. In paesi come l'India, la Cina e il Bangladesh, Haiti o lo Zimbabwe, questi chicchi costituiscono l'essenza della sopravvivenza.


Il circolo funziona così. Ad eccezione del 2008, anno in cui i prezzi alimentari hanno subito una netta decellerazione a causa della crisi economica mondiale, il costo dei cereali ha dimostrato una notevole tendenza a crescere per via della pressione della domanda sull'offerta. Secondo gli analisti, la somma della domanda dei paesi sviluppati con quella dei paesi in via di sviluppo sarebbe così massiccia da non poter essere soddisfatta da un'offerta in calo. E perché l'offerta è in calo?? In parte a causa del riscaldamento globale, in parte a causa della simultanea crescita del prezzo del petrolio.


Un clima insolitamente caldo e secco ha prodotto una serie di catastrofi in Russia e Ucraina, nel midwest degli Stati Uniti e in Argentina mentre le inondazioni devastavano l'Australia; in pratica il pentapartito dei maggiori produttori mondiali di grano, è stato flagellato da eventi definiti "incontrollabili" ma di cui ognuno conosce la sorgente. In secondo luogo, il rialzo del prezzo del greggio, iniziato ben prima e più in sordina delle rivolte nel mondo arabo e maghrebino, rende più conveniente per gli agricoltori produrre mais da trasformare in etanolo, il celebrato biocarburante che dovrebbe sostituire l'oro nero, piuttosto che mais destinato al mercato dei rifornimenti alimentari. Il petrolio dovrebbe scendere sotto i 50$ al barile per far si che i contadini tornino a preferire la coltura del mais ad uso alimentare ma questo difficilmente accadrà, almeno non nel 2011. Dunque si produrrà più mais ma il suo prezzo continuerà a salire piuttosto che a scendere.

Dovrebbe ora risultare più chiara l'espressione "rivolte del pane". Non si tratta solo di un eufemismo giornalistico ripreso dalla letteratura manzoniana, e nemmeno di un grigio scenario alla Oliver Twist. Quella parte di mondo che sta protestando contro la tirannia, sta rivendicando non solo il diritto al voto ma anche e soprattutto quello alla sicurezza alimentare, al progresso e alla partecipazione su uno scenario mondiale che ben poco ha di globale. Provate voi a spiegare ai vostri figli che un quarto di focaccia costa quanto una giovane vita.

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