Pragmatico. Conservatore. Nazionalista ma non autocratico. Islamico moderato. Quanti aggettivi per un governo solo, specialmente se questo governo era considerato il male assoluto fino a un anno fa e oggi è diventato l'archetipo, l'auspicato approdo finale dei popoli medio-orientali in rivolta. Scrive Carlo Frappi per ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale: "[..]il richiamo alla Turchia come modello di sviluppo, rappresenta comunque il più alto riconoscimento sin qui accordato all'azione di un governo per anni accusato di alienare la Turchia dal campo occidenatale. Un governo che oggi, al contrario, sembra offrire alle cancellarie occidentali un prezioso appiglio di stabilizzazione regionale."
Lo Stato dei due continenti, fratello del Medio Oriente ma strettamente imparentato anche con l'Europa, viene spesso usato come carta jolly, quella che ci si gioca quando proprio non si sa a chi o a cosa fare appello. In fondo la Turchia è tutto e niente, è sincretismo di così tante filosofie, etnie e culture che, a seconda della convenienza, può essere archiviata in uno schema differente. E' una repubblica (ma è anche una democrazia?), governata dal 2002 dall'AKP - Partito per la Giustizia e lo Sviluppo,il cui massimo esponente Recep Tayyip Erdogan è Primo Ministro da ben otto anni. Ma è anche uno stato islamico e mutliculturale, in cui convivono tante anime quanti furono i popoli conquistati dall'Impero Ottomano. Il Presidente statunitense Barack Obama, ha fatto riferimento ad Ankara come a "una democrazia islamica", senza però definire cos'è una democrazia islamica, in cosa si differenzia da una cattolica o laica o induista e con quel sottostante, nemmeno troppo velato, richiamo ad una coppia di parole per noi occidentali improbabile da accostare.
E' stato uno dei primi paesi ad aderire alla Nato, cui è rimasta fedele alleata anche dopo la fine della Guerra Fredda; è candidata all'ingresso nell'Unione Europea, come se l'UE fosse una burocrazia che espande smisuratamente i suoi tentacoli fino all'implosione. Fa parte del G20 e negli ultimi anni ha espanso la sua rete economica sul mercato globale, stringendo contemporaneamente le mani alla Palestina e all'Iran. Da Teheran importa il materiale fissile per triangolarlo con il Brasile in un gioco funzionale ad aggirare le norme internazionali in materia di nucleare. Da che parte stia e quale creatura sia, nessuno lo sa, se non i turchi.
Come si può allora parlare di un modello turco? E, soprattutto, come si fa ad esportare un modello di cui non si conoscono le variabili? La storia ci ha insegnato che ogni paese ha bisogno del suo tempo, delle sue rivoluzioni, dei suoi eroi e dei suoi inni per poter arrivare a una forma di stato e di governo che ricomprenda tutti gli elementi eziologici e mitici della sua biografia. Ankara ha percorso un lungo cammino, come Impero e come repubblica, come società plurireligiosa, quindi laicista e poi islamica, prima di approdare alla sintesi attuale, peraltro imperfetta e ancora da definire.
Ai paesi in rivolta, ai giovani che stanno scendendo in piazza contro regimi vecchi e affannati, ai disoccupati che reclamano opportunità e alle madri che chiedono una vita migliore per i loro figli, non va proposto un modello, andrebbe piuttosto lasciata la facoltà di esprimersi, anche a costo della momentanea instabilità. Solo il tempo e la libertà potranno dirci quale destino hanno scelto.
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