...con un ritorno ai bisogni del passato.
http://www.foreignpolicy.com/articles/2011/04/25/the_new_geopolitics_of_food?sms_ss=facebook&at_xt=4db8076762a530a5%2C1
Perchè troppo spesso, crescendo, si perde la curiosità
e il nostro spirito rimane incastrato
nelle anguste dinamiche della pigrizia intellettuale.
mercoledì 27 aprile 2011
sabato 16 aprile 2011
Coca che ti passa
E' notizia di due settimane fa, che in Italia è aumentata la domanda di interventi chirurgici per la ricostruzione del setto nasale. Posto che non tutti abbiano l'insaziabile voglia di trasformarsi in tanti cloni della Santanchè o di Baglioni, a cosa potrebbe essere dovuto l'incremento delle rinoplastiche? Con buona probabilità all'abuso di cocaina e al non tascurabile effetto collaterale che la polvere bianca ha proprio sul naso.
Lontani i tempi in cui la foglia di coca la si poteva vedere solo nelle vecchie e sfuocate foto di qualche antropologo appassionato di indios latinoamericani, e lontani anche quelli in cui la si poteva reperire nei privè delle discoteche alla moda, ad uso esclusivo di una ristretta cerchia di vips e ricconi. Ormai una dose si può acquistare con poco più di venti euro e i pusher sono come il ragazzo delle pizze: te la portano direttamente sotto casa. Professori, medici, avvocati, studenti stressati dagli esami, mamme angustiate dalla routine...e parlamentari. Lo spettro dei consumatori si è notevolmente allargato.
L'entusiasmo perduto e la consapevolezza di poter interrompere in ogni momento, ecco la molla che fa scattare l'operazione "naso bianco": quando ci si ritrova soli, sconfortati e stanchi, con una mole di lavoro degna dello stakanov più zelante, non si trovano altri rimedi alla pista dei miracoli, quella che in un battibaleno ti infonde sicurezza, energia ed euforia. Anche la 'ndrangheta ha fiutato l'affare,e l'import-export della cocaina, specialmente al Nord, costituisce una delle principali fonti di guadagno. La produzione inizia ai confini dell'Amazzonia, tra Venezuela, Colombia, Perù e Bolivia, attraversando poi Lisbona, Marsiglia e Malaga o Parigi, Londra, Francoforte e Milano, ed approda in Europa, per un giro di affari di 1000/1500 miliardi di euro l'anno, pari al 2% del Pil mondiale.
Che le mafie mondiali (e di Vito Corleone ce sono in tutto il mondo!) fossero alla ricerca di proventi facili e sicuri, non c'è da stupirsi. Si rimane invece allibiti nello scoprire che anche il più insospettabile e rispettabile dei professionisti ne fa uso, forse anche più del povero sfigato all'angolo della strada.
"Ti fa sentire un leone" dichiara chi ne fa uso, come se si trattasse di Multicentrum o Actimel. Sintomo dunque di un malessere sociale che dovrebbe essere curato alla sorgente, per cui la semplice prevenzione non basta. I cocainomani, in particolare medici e farmacisti che ne conoscono la composizione e gli effetti, sono convinti di poter chiudere allorchè lo desiderano, per poi scoprire che cardiopatie gravi, problemi gastrointestinali e danni al cervello non sono solo gli astrusi nomi delle diagnosi del Dottor House. Ci vogliono dai 6 agli 8 anni per uscire da questo vicolo cieco. Quanti altri ancora ne servano per comprendere che la frenesia, il rendimento e il culto dell'immagine sono la barriera da abbattere e non l'orizzonte da rincorrere, questo non c'è dato saperlo.
lunedì 4 aprile 2011
1973. Ci risiamo.
[..]And though time goes by
I will always be
In a club with you
In 1973
Singing, “Here we go again"
1973 è il titolo di una nota canzone di James Blunt, conosciuta ai più come Simona. È, altresì, un anno di eventi storici e il numero identificativo di una risoluzione che, d’altro verso, di epocale ha ben poco. Siamo di fronte, ancora una volta, ai pretesti di buonismo che gli Stati etichettano come guerra giusta, legale e umanitaria per scaricarsi la coscienza. Di guerra comunque trattasi.
Andiamo con ordine. È nel 1973 che Ferdinand Marcos diventa presidente a vita delle Filippine mentre, dall’altro capo del mondo, in America Latina, il golpe militare di Augusto Pinochet impone ai cileni un lungo periodo di oppressione e illibertà. A latitudini diverse, la dittatura cambia nome ma nei fatti resta immutata. Gli accordi di pace di Parigi decretano la fine della guerra in Vietnam mentre poco dopo gli americani cessano i bombardamenti in Cambogia, e di certo non perché hanno terminato gli arsenali. Probabilmente Nixon, a quei tempi, era troppo impegnato con il Watergate per mettere il naso fuori dagli Stati Uniti; del resto le intercettazioni e i guai giudiziari non sono una novità dei giorni nostri. In Israele scoppia la Guerra del Kippur, la guerra dei gabbati e dei volta gabbana che porta, come macroscopico risultato, a una crisi economica da cui forse non ci siamo mai veramente ripresi. Da questo conflitto abbiamo capito quant’è importante per noi il petrolio e, soprattutto, che siamo disposti a scendere in campo altre 10, 100, 1000 volte pur di accaparrarcelo.
La risoluzione n.1973 delle Nazioni Unite si conforma a questo principio. Altrimenti Sarkozy & Co. sarebbero intervenuti anche in Tunisia, in Egitto o nello Yemen. E, di certo, il Ministro Frattini, non si sarebbe affrettato a spiegare nell’aula del Senato la distinzione tra un trattato, quello di Bengasi del 2008, su cui è intervenuta la sospensione, e i contratti commerciali che, tuttavia, restano i piedi. Nel diritto internazionale un trattato si ritiene sospeso quando vengono temporaneamente a mancare le condizioni sulla base delle quali esso era stato stipulato; quindi, in teoria, se tali condizioni si ricostituissero, tutto tornerebbe come prima. Ergo: se in Libia ci sarà un nuovo dittatore, magari meno rude e più telegenico del pittoresco Rais, rassicurante al punto da velare di democrazia un autoritarismo di fatto, saremo di nuovo pronti a chiudere un occhio sulla libertà e sui diritti umani? Del resto lo abbiamo fatto con Ben Ali, garante del gasdotto Transmed il quale attraversa i territori libici per portare il gas nel Mediterraneo; idem per Il Cairo, bastione della fortezza ebraica di Terra Santa.
Giunge qualche ora fa e nemmeno troppo inattesa, la dichiarazione di Frattini che si dice pronto ad armare i ribelli “per evitare che soccombano alle forze del Colonnello. Poiché un intervento di terra delle truppe Nato non è pensabile, e con le bombe non si possono colpire obiettivi civili, sarebbe meglio fornire ai ribelli i mezzi per potersi difendere”. Tutto chiaro, i conti tornano. Prima di tutto il nostro ministro degli Esteri dovrebbe aggiornarsi perché di obiettivi civili ne sono stati già colpiti, con tanto di cadaveri. Secondo: agli albori della vicenda, lui stesso sottolineava al Tg2 che “l’Italia non fornirà aerei da guerra ma di certo non potrà negare le basi”. Abbiamo fornito le basi e pure gli aerei. Terzo. La 1973 prevede l’imposizione dell’embargo sulle armi, invece noi, queste armi, proprio le vogliamo imbarcare da qualche parte. E se i libici, con quei carri armati, con quei fucili, con quei mitra, continuassero a scannarsi anche a guerra finita? Ops, pardon, a intervento umanitario concluso? Non sarebbe la prima volta che accade.
L’art.11 della nostra costituzione sancisce a chiare lettere il ripudio dell’Italia per la guerra e lo stesso fa la Carta delle Nazioni Unite all’art.2 commi III e IV. Le relazioni internazionali non sono il giardino delle belle speranze ed è cosa nota che la realpolitik finisca per prevalere sulle aspirazioni; non siamo un popolo di Gandhi, ne avremo mai la pace perpetua auspicata da Kant ma se almeno ci impegnassimo a rispettare gli impegni che prendiamo, di sicuro, faremmo un passo in avanti. Here we go again.
I will always be
In a club with you
In 1973
Singing, “Here we go again"
1973 è il titolo di una nota canzone di James Blunt, conosciuta ai più come Simona. È, altresì, un anno di eventi storici e il numero identificativo di una risoluzione che, d’altro verso, di epocale ha ben poco. Siamo di fronte, ancora una volta, ai pretesti di buonismo che gli Stati etichettano come guerra giusta, legale e umanitaria per scaricarsi la coscienza. Di guerra comunque trattasi.
Andiamo con ordine. È nel 1973 che Ferdinand Marcos diventa presidente a vita delle Filippine mentre, dall’altro capo del mondo, in America Latina, il golpe militare di Augusto Pinochet impone ai cileni un lungo periodo di oppressione e illibertà. A latitudini diverse, la dittatura cambia nome ma nei fatti resta immutata. Gli accordi di pace di Parigi decretano la fine della guerra in Vietnam mentre poco dopo gli americani cessano i bombardamenti in Cambogia, e di certo non perché hanno terminato gli arsenali. Probabilmente Nixon, a quei tempi, era troppo impegnato con il Watergate per mettere il naso fuori dagli Stati Uniti; del resto le intercettazioni e i guai giudiziari non sono una novità dei giorni nostri. In Israele scoppia la Guerra del Kippur, la guerra dei gabbati e dei volta gabbana che porta, come macroscopico risultato, a una crisi economica da cui forse non ci siamo mai veramente ripresi. Da questo conflitto abbiamo capito quant’è importante per noi il petrolio e, soprattutto, che siamo disposti a scendere in campo altre 10, 100, 1000 volte pur di accaparrarcelo.
La risoluzione n.1973 delle Nazioni Unite si conforma a questo principio. Altrimenti Sarkozy & Co. sarebbero intervenuti anche in Tunisia, in Egitto o nello Yemen. E, di certo, il Ministro Frattini, non si sarebbe affrettato a spiegare nell’aula del Senato la distinzione tra un trattato, quello di Bengasi del 2008, su cui è intervenuta la sospensione, e i contratti commerciali che, tuttavia, restano i piedi. Nel diritto internazionale un trattato si ritiene sospeso quando vengono temporaneamente a mancare le condizioni sulla base delle quali esso era stato stipulato; quindi, in teoria, se tali condizioni si ricostituissero, tutto tornerebbe come prima. Ergo: se in Libia ci sarà un nuovo dittatore, magari meno rude e più telegenico del pittoresco Rais, rassicurante al punto da velare di democrazia un autoritarismo di fatto, saremo di nuovo pronti a chiudere un occhio sulla libertà e sui diritti umani? Del resto lo abbiamo fatto con Ben Ali, garante del gasdotto Transmed il quale attraversa i territori libici per portare il gas nel Mediterraneo; idem per Il Cairo, bastione della fortezza ebraica di Terra Santa.
Giunge qualche ora fa e nemmeno troppo inattesa, la dichiarazione di Frattini che si dice pronto ad armare i ribelli “per evitare che soccombano alle forze del Colonnello. Poiché un intervento di terra delle truppe Nato non è pensabile, e con le bombe non si possono colpire obiettivi civili, sarebbe meglio fornire ai ribelli i mezzi per potersi difendere”. Tutto chiaro, i conti tornano. Prima di tutto il nostro ministro degli Esteri dovrebbe aggiornarsi perché di obiettivi civili ne sono stati già colpiti, con tanto di cadaveri. Secondo: agli albori della vicenda, lui stesso sottolineava al Tg2 che “l’Italia non fornirà aerei da guerra ma di certo non potrà negare le basi”. Abbiamo fornito le basi e pure gli aerei. Terzo. La 1973 prevede l’imposizione dell’embargo sulle armi, invece noi, queste armi, proprio le vogliamo imbarcare da qualche parte. E se i libici, con quei carri armati, con quei fucili, con quei mitra, continuassero a scannarsi anche a guerra finita? Ops, pardon, a intervento umanitario concluso? Non sarebbe la prima volta che accade.
L’art.11 della nostra costituzione sancisce a chiare lettere il ripudio dell’Italia per la guerra e lo stesso fa la Carta delle Nazioni Unite all’art.2 commi III e IV. Le relazioni internazionali non sono il giardino delle belle speranze ed è cosa nota che la realpolitik finisca per prevalere sulle aspirazioni; non siamo un popolo di Gandhi, ne avremo mai la pace perpetua auspicata da Kant ma se almeno ci impegnassimo a rispettare gli impegni che prendiamo, di sicuro, faremmo un passo in avanti. Here we go again.
sabato 2 aprile 2011
Anche gli Angeli(ni) perdono la pazienza
No, non è un film di Bud Spencer e Terence Hill. Non è il solito spaghetti-western. Ma è sottotitolato alla pagina crisi di nervi di Camera WebTv. Il protagonista: il Guardasigilli, l'Onorevole ministro Angelino Alfano, il delfino che nuota più a suo agio nelle acque del Pdl, il pupillo di Sua Magnificenza Silvio da Lampedusa (colui che in una notte comprò una casa e in meno di 3 giorni ripulì l'isola dal mondezzaio poco igienico made in Maghreb).
Da lui proprio non ce lo aspettavamo. Lui, così altero, garbato, altezzoso e un pò snob; lui, con il suo sorriso di circostanza e la parola pungente: ha un cuore. I cardiologi di mezzo mondo si sono interrogati a lungo sulla presenza di quest'organo nel petto del Principe di Agrigento, colui che in 5 anni è passato dall'Ars - assemblea regionale siciliana - all'Art..di arrangiarsi, però. In un partito di fatti&rifatti, di foera de ball&torpiloqui vari, di lustrini, party e ville, Angelino si ergeva a primus inter pares con la sua impassibilità, portavoce (e salvacondotto) in attesa del magico momento, di quel 2013 che verrà.
Quel gesto di stizza, quel lancio della tessera elettorale, è stato l'espressione di un malessere che colpisce anche chi, come lui, riesce a non stupirsi davanti agli svarioni ormonali di Livia Turco. L'Italia dei Valori ringrazia e porge omaggi: Donadi, astuto volpone del rugby parlamentare, ha intercettato il volo della tessera con la stessa foga di un zitella che preme sulla folla per prendere il bouquet della sposa. Ora l'Idv ha argomenti di conferenza stampa almeno per 3 giorni.
Da lui proprio non ce lo aspettavamo. Lui, così altero, garbato, altezzoso e un pò snob; lui, con il suo sorriso di circostanza e la parola pungente: ha un cuore. I cardiologi di mezzo mondo si sono interrogati a lungo sulla presenza di quest'organo nel petto del Principe di Agrigento, colui che in 5 anni è passato dall'Ars - assemblea regionale siciliana - all'Art..di arrangiarsi, però. In un partito di fatti&rifatti, di foera de ball&torpiloqui vari, di lustrini, party e ville, Angelino si ergeva a primus inter pares con la sua impassibilità, portavoce (e salvacondotto) in attesa del magico momento, di quel 2013 che verrà.
Quel gesto di stizza, quel lancio della tessera elettorale, è stato l'espressione di un malessere che colpisce anche chi, come lui, riesce a non stupirsi davanti agli svarioni ormonali di Livia Turco. L'Italia dei Valori ringrazia e porge omaggi: Donadi, astuto volpone del rugby parlamentare, ha intercettato il volo della tessera con la stessa foga di un zitella che preme sulla folla per prendere il bouquet della sposa. Ora l'Idv ha argomenti di conferenza stampa almeno per 3 giorni.
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