lunedì 23 maggio 2011

Didi

"Questa vittoria mi da un pò di conforto, so che Didi farà di tutto per punire gli assassini". Sono queste le parole, riportate nel n. 898 di Internazionale, e pronunciate da un attivista bengalese in occasione dell'elezione di Mamata Banerjee a governatore dello stato indiano del West Bengala. Didi, sorella, secondo il nomignolo con cui è nota al grande pubblico, è il fenomeno nuovo di una politica indiana troppo spesso intrappolata nell'immobilismo e nella corruzione. Sarà per questo che gli indiani sentono molta affinità con il popolo italiano. 

Alla stregua di Pratibha Patil, prima donna e per di più dalit - ossia fuori casta - ad ottenere la carica di Presidente dell'India da quando la nazione ha raggiunto l'indipendenza, la vittoria della Banerjee nelle recenti competizioni statali profuma di nuovo. Strano a dirsi in un paese in cui, se sei un pò schizzinoso e non hai familiarità con l'odore nauseabondo degli scarichi fognari, non riesci a sopravvivere nemmeno un giorno.

Il West Bengala era, fino allo scorso aprile, la roccaforte del Cpi(m), il partito comunista marxista indiano, spesso accusato di connivenza con il gruppo naxalita e quindi considerato sovversivo e antistatale. Ben 34 anni di monopolio erano duri da scalzare. Ciò che ha vinto, stavolta, è stato il dissenso civile e organizzato del Comitato per salvare i terreni agricoli di cui è presidente proprio la signora Mamata e che si batte contro le espropriazioni forzate dei terreni attuate dal governo centrale. Questo movimento è cresciuto all'ombra dei 400 ettari confiscati per essere destinati al nuovo stabilimento della Nano, la minicar firmata Tata Motors e contestati dagli abitanti che basano su quegli ettari fertili la loro sopravvivenza.

L'attivista che plaudeva all'elezione della Banerjee, ha perso la figlia, rapita, violentata e poi bruciata viva in un campo dai militanti dell'ex partito comunista al potere, assertivo nei confronti della politica degli esprori pur di mantenere saldo il posto in poltrona.

Da quando l'India ha abolito il licence raj per aprire l'economia al capitalismo e alla globalizzazione, enormi appezzamenti sono stati confiscati dallo Stato per poterli concedere, a prezzo agevolato, a grandi multinazionali o per poterne fare delle zone economiche speciali simili a quelle cinesi. Il Primo Ministro Singh, all'epoca delle riforme ministro dell'Economia,non ha commesso un errore tentando di svecchiare il gigante, arroccato nel disastroso socialismo filo sovietico. Tutt'altro. E lo dimostra la notevolissima crescita economica dell'India sul piano internazionale. Tuttavia, come ogni cosa che viene fatta in fretta e senza pianificazione, la liberalizzazione ha imboccato una deriva contro cui la popolazione sta iniziando a far sentire la propria voce.

E questa voce si chiama Didi, ministro delle Ferrovie nel governo di Manmohan Singh e Sonia Gandhi, leader del Trinamool congress, avvolta in un semplice sari bianco in cotone che tanto ricorda il Mahatma della lotta non violenta. Un segnale positivo, un sussulto di orgoglio nella democrazia più popolosa del mondo, un monito per tutti coloro che usano le armi e i soldi per ottenere ciò che vogliono e non quello di cui hanno veramente bisogno.

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