mercoledì 24 agosto 2011

Se la crisi diventa sociale

Lo ha accennato, neppure troppo velatamente, il Presidente Napolitano, al meeting di Comunione e Liberazione lo scorso weekend, a Rimini. "Nella crisi che traversiamo il linguaggio di verità è un'arma fondamentale." La trasparenza che deriva dal conoscere, dal sapere, dal guardare in faccia una crisi che c'è e che si vede ma che in troppi hanno giudicato con superficialità.

Quella  leggerezza non solo italiana, anzi propria di molte democrazie europee a carattere popolulista come, ad esempio, la Francia di Sarkozy, che basano il consenso sull'efficiacia della comunicazione mediatica. Media e crisi, un legame moderno ma non per questo poco dibattuto. Forse, tuttavia sottovalutato. In un mondo in cui la politica sta lasciando il posto all'economia, in cui l'ideologia non è morta ma ha progressivamente ceduto il passo alla mondializzazione e al mercato, i mass media - prezioso strumento di diffusione e comunicazione - si trasformano in arma a doppio taglio. Diventano veicolo della parabola del potente di turno, del carismatico leader protetto dal sistema liberale e democratico che vela di egualitarismo una macchina studiata per individualizzare e scomporre il valore della collettività e dell'etica.

Questo nuovo modo di fare politica, più vicino e pure così lontano dai bisogni reali, altro non segnala che la necessità di rinnovamento di una forma organizzativa che, dalla seconda guerra mondiale in poi, ci ha garantito stabilità e benessere ma che ora è scemata nei tanti rivoli della finanza. L'aereo, volatile, sconosciuto mostro dei mercati su cui si scambiano punti percentuali e promesse di pagamento. Soldi che non esistono. Soldi che influiscono sulle vite di tutti sebbene non si possa far niente per controllarli. Fin quando a governare saranno agenzie di rating, collegio giudicante finanziato dagli imputati, le banche e i consigli di amministrazione delle grandi società, noi, comuni cittadini di un mondo che non capiamo più, non potremo riappropriarci delle nostre vite.

La politica ha bisogno di ritrovarsi, di reinventarsi e di riaffermare il suo primato perchè le sole forze economiche, lasciate a briglia sciolta, non produco il benessere di tutti ma il malessere della società. Adam Smith parlava della capacità di autoregolarsi di un mercato perfettamente funzionante in cui non c'erano disonesti nè evasori nè corrotti, ma solo un gruppo di uomini che nel pensare al proprio, finiva con il fare l'interesse della collettività. Ma l'universo smithiano non esiste, non esiste in una Italia dove c'è bisogno di uno spot malriuscito per invitare la gente a pagare le tasse. Come se versarle non fosse già un dovere di ognuno di noi.

Cos'è il dovere ormai in pochi lo sanno. Se la gente manifesta nelle periferie cittadine perchè vuole la felpa della Nike o l'I-phone 4, significa che sia il modello sociale e familiare sia la politica (intesa come gestione della cosa pubblica) hanno fallito e miseramente. Hanno creato bolle di sapone divenute insostenibili, vuote nei contenuti e imbellettate di una forma troppo sfarzosa. Ora che la bolla è scoppiata, che non c'è più un limite etico alla bramosia e al desiderio del "di più", ci lamentiamo e protestiamo, sfoghiamo una violenza repressa in anni di chiacchiericcio da bar. 

Un rimedio c'è e si chiama Conoscenza. Di se stessi, degli altri, del mondo e della vita, delle difficoltà, dei sacrifici, dei meriti e dei doveri, delle guerre e dei bei gesti d'amore, del significato e delle conseguenze delle proprie azioni. Il sapere che apre la mente, che aiuta a ritrovare i valori nascosti dietro gli indici di Wall Street e ad apprezzare un dono di pochi spiccioli quand'anche si possieda una Ferrari.



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