[..]And though time goes by
I will always be
In a club with you
In 1973
Singing, “Here we go again"
1973 è il titolo di una nota canzone di James Blunt, conosciuta ai più come Simona. È, altresì, un anno di eventi storici e il numero identificativo di una risoluzione che, d’altro verso, di epocale ha ben poco. Siamo di fronte, ancora una volta, ai pretesti di buonismo che gli Stati etichettano come guerra giusta, legale e umanitaria per scaricarsi la coscienza. Di guerra comunque trattasi.
Andiamo con ordine. È nel 1973 che Ferdinand Marcos diventa presidente a vita delle Filippine mentre, dall’altro capo del mondo, in America Latina, il golpe militare di Augusto Pinochet impone ai cileni un lungo periodo di oppressione e illibertà. A latitudini diverse, la dittatura cambia nome ma nei fatti resta immutata. Gli accordi di pace di Parigi decretano la fine della guerra in Vietnam mentre poco dopo gli americani cessano i bombardamenti in Cambogia, e di certo non perché hanno terminato gli arsenali. Probabilmente Nixon, a quei tempi, era troppo impegnato con il Watergate per mettere il naso fuori dagli Stati Uniti; del resto le intercettazioni e i guai giudiziari non sono una novità dei giorni nostri. In Israele scoppia la Guerra del Kippur, la guerra dei gabbati e dei volta gabbana che porta, come macroscopico risultato, a una crisi economica da cui forse non ci siamo mai veramente ripresi. Da questo conflitto abbiamo capito quant’è importante per noi il petrolio e, soprattutto, che siamo disposti a scendere in campo altre 10, 100, 1000 volte pur di accaparrarcelo.
La risoluzione n.1973 delle Nazioni Unite si conforma a questo principio. Altrimenti Sarkozy & Co. sarebbero intervenuti anche in Tunisia, in Egitto o nello Yemen. E, di certo, il Ministro Frattini, non si sarebbe affrettato a spiegare nell’aula del Senato la distinzione tra un trattato, quello di Bengasi del 2008, su cui è intervenuta la sospensione, e i contratti commerciali che, tuttavia, restano i piedi. Nel diritto internazionale un trattato si ritiene sospeso quando vengono temporaneamente a mancare le condizioni sulla base delle quali esso era stato stipulato; quindi, in teoria, se tali condizioni si ricostituissero, tutto tornerebbe come prima. Ergo: se in Libia ci sarà un nuovo dittatore, magari meno rude e più telegenico del pittoresco Rais, rassicurante al punto da velare di democrazia un autoritarismo di fatto, saremo di nuovo pronti a chiudere un occhio sulla libertà e sui diritti umani? Del resto lo abbiamo fatto con Ben Ali, garante del gasdotto Transmed il quale attraversa i territori libici per portare il gas nel Mediterraneo; idem per Il Cairo, bastione della fortezza ebraica di Terra Santa.
Giunge qualche ora fa e nemmeno troppo inattesa, la dichiarazione di Frattini che si dice pronto ad armare i ribelli “per evitare che soccombano alle forze del Colonnello. Poiché un intervento di terra delle truppe Nato non è pensabile, e con le bombe non si possono colpire obiettivi civili, sarebbe meglio fornire ai ribelli i mezzi per potersi difendere”. Tutto chiaro, i conti tornano. Prima di tutto il nostro ministro degli Esteri dovrebbe aggiornarsi perché di obiettivi civili ne sono stati già colpiti, con tanto di cadaveri. Secondo: agli albori della vicenda, lui stesso sottolineava al Tg2 che “l’Italia non fornirà aerei da guerra ma di certo non potrà negare le basi”. Abbiamo fornito le basi e pure gli aerei. Terzo. La 1973 prevede l’imposizione dell’embargo sulle armi, invece noi, queste armi, proprio le vogliamo imbarcare da qualche parte. E se i libici, con quei carri armati, con quei fucili, con quei mitra, continuassero a scannarsi anche a guerra finita? Ops, pardon, a intervento umanitario concluso? Non sarebbe la prima volta che accade.
L’art.11 della nostra costituzione sancisce a chiare lettere il ripudio dell’Italia per la guerra e lo stesso fa la Carta delle Nazioni Unite all’art.2 commi III e IV. Le relazioni internazionali non sono il giardino delle belle speranze ed è cosa nota che la realpolitik finisca per prevalere sulle aspirazioni; non siamo un popolo di Gandhi, ne avremo mai la pace perpetua auspicata da Kant ma se almeno ci impegnassimo a rispettare gli impegni che prendiamo, di sicuro, faremmo un passo in avanti. Here we go again.
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